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January 27
"Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo"
M. K. Gandhi
Il 30 gennaio del 1948, esattamente 60 anni fa, a New Delhi veniva assassinato Mohandas Karamchand Gandhi, meglio conosciuto con l'appellativo di Mahatma (in sanscrito Grande Anima) e da sempre ricordato per le sue battaglie per l'ottenimento dei diritti civili per le caste indiane più povere nonchè per l'indipendenza dell'India dalla Gran Bretagna. Con il suo principio di "satyagraha" (in sanscrito lotta non violenta) ha ispirato altri leader per i diritti civili come Nelson Mandela e Martin Luther King.
Nato il 2 ottobre del 1869 a Porbandar, discendente di una famiglia di commercianti nonchè figlio del primo ministro della regione indiana del Gujarat, nel 1888, all'età di 19 anni, anni si trasferì a Londra per studiare legge e nel 1891 fece ritorno in India e iniziò a praticare la professione di avvocato presso lo studio del fratello a Bombay (attuale Mumbay). Nel 1893 trovò un altro impiego, sempre come avvocato presso una ditta indiana che lo mandò in Sudafrica per affari.
Costernato nel vedere il prevalente diniego delle libertà civili e dei diritti politici verso gli immigrati Indiani, cominciò a protestare e fare pressioni contro la discriminazione legale e razziale subita dagli Indiani in Sudafrica sia con un'intensa opera di assistenza sia con scritti sul quotidiano "Indian opinion". Lui stesso sperimenò dette discriminazioni: durante i suoi primi giorni in Sudafrica, fu fisicamente buttato fuori da un treno in Pietermaritzburg, avendo rifiutato il trasferimento nella carrozza di terza classe dato che viaggiava con un biglietto di prima classe. Nel 1906 venne imposta una nuova tassa di tre sterline sugli immigrati privi di contratto di lavoro che divenne lo spunto per la definizione di "satyagraha" (non-obbedienza senza violenza). Iniziò una lotta durissima e più volte Gandhi venne arrestato mentre conduceva delle marce di protesta con i lavoratori indiani, ma alla fine portò i suoi frutti perché l'imposta venne tolta e a poco a poco caddero le leggi lesive della dignità degli Indiani.
Nel 1914 Gandhi tornò in India, che girò in lungo e in largo per rendersi conto della difficile situazione in cui versavano i suoi connazionali, sopratutto quelli appartenenti alla casta più povera, la c.d. "casta degli intoccabili". Nel 1919, dopo il massacro di Amristar, in cui i soldati inglesi massacrarono migliaia di sostenitori del movimento per l'indipendenza indiana, Gandhi entrò nel Partito del Congresso Nazionale Indiano, l’organizzazione dell’élite politica moderata indiana, e cominciò a battersi strenuamente per l'indipendenza del suo paese, diventando ben presto il leader del movimento anticoloniale. Gandhi sostenne la necessità di porre limiti alla lotta, e sostanzialmente emarginò le correnti radicali, alcune delle quali avevano proposto il ricorso ad azioni terroristiche. Guadagnò fama mondiale attraverso la sua linea di condotta di disobbedienza civile e l'uso del digiuno come forma di protesta, e fu imprigionato, per attività sovversiva, dalle autorità britanniche il 18 marzo del 1922: condannato a sei anni di prigione ne scontò solo due e venne liberato nel febbraio del 1924, in seguito alla protesta, di fronte al carcere in cui era detenuto, di molti cittadini che chiedevano la sua scarcerazione.
Altre strategie di successo usate da Gandhi per il movimento a favore dell'indipendenza includevano una linea di condotta swadeshi (il boicottaggio di merci prodotte all'estero, specialmente quelle inglesi). Legato a questo era il sostegno che tutti gli indiani dovessero vestire khadi (il vestito tradizionale fatto in casa), invece che confidare su tessuti prodotti in Inghilterra. Gandhi sosteneva che le donne indiane, ricche o povere, dovessero spendere il loro tempo ogni giorno filando khadi come forma di supporto del movimento indipendentista. Questa era una strategia per includere le donne nel movimento in un momento in cui molti pensavano che queste attività fossero non decorose per le donne.
Nel 1928 Gandhi riprese la vita politica che sfociò in una delle sue più impressionanti azioni: la marcia del sale, da Ahmedabad a Dandi, conosciuta anche come marcia Dandi, che iniziò il 12 marzo del 1930 e terminò il 5 aprile, quando condusse migliaia di persone fino al mare per raccogliere loro stessi il sale piuttosto che pagare la tassa su di esso imposta dalla legge inglese. Con questa azione veniva commessa una simbolica violazione della legge che assicurava il monopolio britannico sull’estrazione del sale.
Nel gennaio del 1932 venne nuovamente arrestato e liberato nel maggio del 1933 riuscendo ad ottenere con un digiuno di 145 ore dei cambiamenti nelle leggi elettorali a favore degli intoccabili.
Nel 1934 si ritirò dalla vita politica attiva ma nel Mumbai il 3 marzo del 1939 Gandhi digiunò ancora come protesta verso il dispotico dominio in India. Nel 1940 il Congresso gli affidò i pieni poteri per la campagna di disobbedienza civile. Mohandas Gandhi aiutò Jawaharlal Nehru a diventare Primo Ministro.
Gandhi divenne più insistente nella richiesta di indipendenza durante la seconda guerra mondiale, avanzando una risoluzione che invitava gli inglesi a lasciare l'India (quit India), che presto scatenò il più grande movimento per l'indipendenza indiana di sempre, con arresti di massa ed una violenza senza precedenti.
Nel 1947 la Gran Bretagna, cedendo alle pressioni del movimento anticoloniale, concesse la piena indipendenza. Ma, contrariamente a quanto richiesto da Gandhi (costituire una confederazione di repubbliche autonome, incentrando il potere sui consigli di villaggio), i britannici divisero l’Impero Indiano in due diversi stati nazionali indipendenti, entrambi associati al Commonwealth britannico: l’Unione indiana, a maggioranza induista (683 milioni di abitanti), guidata dal leader del partito del Congresso (Nerhu), e la Repubblica del Pakistan (occidentale e orientale) a maggioranza islamica (83 milioni di abitanti). Tra l’altro i musulmani indiani desideravano proprio una divisione tra le due principali comunità religiose, rifiutando un India laica e non confessionale. Inoltre, i musulmani temevano di essere schiacciati dagli induisti, che rappresentavano la maggioranza della popolazione. Il giorno del trasferimento dei poteri, che provocò esodi di massa (circa 17 milioni di persone) incrociati da uno stato all’altro e violentissimi scontri tra musulmani e induisti. Gandhi non celebrò l'indipendenza, ma si addolorò in solitudine presso la città di Calcutta, infatti egli era da sempre fermamente contrario ad ogni piano che prevedeva la divisione dell'India in due diversi paesi.
Fu assassinato a Nuova Delhi il 30 gennaio del 1948 per mano di Nathuram Godse, un induista radicale. Prima di sparare a Gandhi, Godse si inchinò di fronte a lui tre volte. Godse fu poi processato, condannato ed ucciso.
I principi politici del Mahatma
Politicamente Gandhi è stato influenzato dagli anni trascorsi a Londra, in cui venne in contatto con il socialismo libertario di William Morris, con l’anarchismo cristiano e pacifista di Lev Tolstoj e, sopratutto, con la teoria della non-violenza e della disobbedienza civile dello scrittore americano Henry David Thoreau.
Il programma politico di Gandhi era sostanzialmente di orientamento democratico-nazionalistico, rivolto, cioè, all’indipendenza nazionale dell’India. Questi elementi non erano innovativi, poiché derivavano tutti dalla tradizione del pensiero politico europeo (nazionalismo democratico di Mazzini, socialismo libertario di Morris ecc.). La vera e fondamentale innovazione introdotta da Gandhi riguardò la teoria della rivoluzione. Nell’Europa moderna è nata una teoria “classica” della rivoluzione, che si è formata con il contributo di quasi tutte le correnti del pensiero politico: quella liberale (Locke, Jefferson e i padri della Rivoluzione americana, Syeyes e i teorici liberali della Rivoluzione francese), quella democratica (Rousseau, Robespierre, Saint-Just e altri teorici giacobini; Mazzini) e quella socialista, anarchica e comunista (Babeuf, Bakunin, Marx, Lenin, ecc.).
Per quanto divergenti nei loro obiettivi politici, le teorie classiche della rivoluzione hanno in comune due componenti fondamentali:
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la teoria del “diritto alla resistenza” (Locke), secondo cui è legittimo – se non doveroso – che le masse popolari si ribellino contro le autorità sociali e politiche, quando subiscono una evidente e intollerabile situazione di ingiustizia;
Gandhi condivise il primo di questi due principi, ma si staccò radicalmente dalle teorie classiche della rivoluzione per quanto riguarda il secondo, innovando in modo imponente questa teoria, ponendo una censura epocale tra questa e le altre idee di rivoluzione. Anche per lui ribellarsi all’ingiustizia era un diritto-dovere dei popoli, ma la sua idea era che l’unica forma di lotta rivoluzionaria giusta e legittima fosse la rivoluzione (lotta, resistenza, ribellione) non-violenta, da lui battezzata, con termine derivante dal sanscrito, “satyagraha” (“forza della verità”).
Il satyagraha per Grandhi era una forma attiva e radicale di lotta rivoluzionaria, da non confondersi con la “resistenza passiva”. Per lui i “satyagrahi”, cioè i militanti della rivoluzione non-violenta, dovevano essere dediti anima e corpo alla causa rivoluzionaria. Gandhi non predicava la non-violenza come forma di passività e rassegnazione all’ingiustizia, perché assoggettarsi vigliaccamente all’oppressione significa annientare la propria umanità: «Nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza». E ancora: «Nessun uomo può essere attivamente non-violento, e non ribellarsi contro l’ingiustizia, dovunque si verifichi». Gandhi inoltre insisteva spesso sulla distinzione tra la non-violenza del debole, che consiste nel subire passivamente e vigliaccamente l’oppressione o nell’opporsi a essa con la semplice “resistenza passiva”, e la non-violenza del forte. Quest’ultima è il satyagraha, l’attiva e coraggiosa ribellione all’ingiustizia, che una volta Gandhi definì come «l’equivalente morale della guerra». Nella sua lunga storia di leader rivoluzionario (prima in Sud Africa, poi in India) Gandhi ha teorizzato e sperimentato un’ampia varietà di tecniche di lotta rivoluzionaria non-violenta. Innanzitutto il boicottaggio non-violento; ad esempio: non acquistare liquori e tessuti stranieri, non iscrivere i figli alle scuole inglesi, non investire i propri risparmi in titoli di stato britannici, non accettare incarichi militari e civili o titoli onorifici dall’amministrazione coloniale britannica. Un'altra forma era il picchettaggio non violento. che consiste nel formare gruppi di militanti non-violenti davanti all’ingresso dei luoghi di lavoro o di quelli in cui si svolgono attività boicottate, per invitare le persone che si apprestano a entrarvi ad astenersi dal lavoro o a praticare il boicottaggio. Tra le altre forme ricordiamo lo sciopero non-violento, le marce i digiuni, cioè scioperi della fame o della sete (anche “fino alla morte"), ed infine, importantissima, la disobbedienza civile.
La disobbedienza civile consiste nel violare in modo pubblico leggi o comandi amministrativi ritenuti evidentemente e sommamente ingiusti, accettando però le punizioni previste dalla legislazione vigente per le violazioni commesse (il rifiuto della sanzione prevista non veniva considerato un atteggiamento non-violento). Esempi: non pagare le tasse, praticare l’obiezione di coscienza al servizio militare, violare con pubblicazioni, manifestazioni, scioperi e picchetti vietati le norme legislative o gli atti amministrativi che limitano illegittimamente la libertà di stampa, la libertà di manifestazione, la libertà di sciopero e la libertà di riunione. A volte gli atti di disobbedienza civile possono essere puramente simbolici come fu per l’estrazione del sale alla fine della Marcia del 1930. Per Gandhi la disobbedienza civile rappresentava, insieme al digiuno, la forma culminante di resistenza non-violenta; egli la definì “un diritto inalienabile di ogni cittadino”, e affermò che “rinunciare a questo diritto significa cessare di essere uomini”.
A proposito di questo bisogna ricordare come Gandhi trascorse, a causa degli arresti dovuti alle sue lotte politiche, utilizzando il principio della disobbedienza civile, un totale di 2338 giorni di detenzione tra Sudafrica e India.
Le strategie della resistenza ahimsa (non-violenta) o satyagraha erano giustificate da Gandhi sulla base di una concezione etico-religiosa in cui era centrale il concetto di ahimsa. “Ahimsa” è una parola del sanscrito tradotta con il termine “non-violenza” (“a” = “non”; “himsa” = “violenza”, “ingiuria”, “male”). Ahimsa vuol dire non usare violenza, ma anche non far del male, amare, quindi essere giusti nei confronti degli altri. Per Gandhi la ahimsa è l’atteggiamento etico che deriva dalle fede nella Verità (Satya), quella Verità che le religioni chiamano Dio. La fede nella Verità è il fondamento più solido della ricerca della ahimsa, cioè di una vita sociale improntata alla non-violenza, all’amore, alla giustizia. Il compito del satyagrahi, cioè del rivoluzionario non-violento, è proprio quello di combattere la himsa – la violenza, il male, l’ingiustizia – nella vita sociale e politica, per realizzare la Verità: «Il solo mezzo che abbiamo per realizzare la Verità nei rapporti umani è la pratica dell’ahimsa». Per questa ragione, il sottotitolo che Gandhi scelse per la sua autobiografia fu “The story of my experiments with Truth” (“La storia dei miei esperimenti con la verità”.)
Gandhi ha posto il concetto di non-violenza anche al centro della sua concezione del progresso umano. L’essere umano è sia animale sia spirito. Come animale l’essere umano basa il suo rapporto col mondo sulla trasformazione materiale dei corpi e dunque sull’uso della forza, sulla himsa; come spirito l’essere umano fonda le sue relazioni col mondo sulla comunicazione verbale e sulla persuasione razionale, dunque sulla ahimsa. Il progresso è umanizzazione dell’uomo, dunque graduale affermazione della sua identità specifica, del suo essere spirito. Il progresso è di conseguenza la graduale riduzione del tasso di violenza presente nei rapporti umani, e graduale affermazione della verità e della ahimsa, cioè della non-violenza, del bene, della giustizia, nella vita sociale e politica.
Se la giustizia è riduzione del tasso di violenza presente nella società, la lotta per la giustizia non può essere attuata con una resistenza violenta, che inevitabilmente porta ad un aumento – sia pure in via transitoria –del tasso di violenza insito nei rapporti umani. Il mezzo deve essere coerente con il fine; non si può adottare un mezzo che porta alla negazione del fine. Se il fine della lotta per la giustizia è la ahimsa, cioè la negazione della violenza nei rapporti umani, non lo si può realizzare facendo ricorso alla violenza. A questo proposito, in polemica con i bolscevichi, Gandhi scrisse: «Io non credo nelle vittorie ottenute in fretta, con la violenza. Gli amici bolscevichi che guardano con interesse al mio insegnamento devono comprendere che per quanto possa condividere e ammirare le aspirazioni e i sentimenti nobili, io sono inflessibilmente contrario ai metodi violenti, anche quando vengono posti al servizio della causa più nobile. […] L’esperienza infatti mi insegna che dalla falsità e dalla violenza non possono scaturire risultati positivi duraturi».
Ma qual è il mezzo con il quale l’uomo giusto può proporsi di affermare la Verità e dunque la ahimsa nei rapporti umani? L’unico mezzo possibile, secondo Gandhi, è la persuasione razionale di coloro che con i loro comportamenti violenti causano ingiustizia: «Bisogna convertire l’avversario ad aprire le sue orecchie alla voce della ragione». Persuadere, ma non costringere; convertire, ma non obbligare.
I mezzi della persuasione, per Gandhi, sono essenzialmente due: la discussione e la lotta non violenta. La discussione è il battersi contro un’ingiustizia sociale e politica, facendo per prima cosa appello alle autorità ingiuste e all’opinione pubblica, per tentare di aprire una discussione e convincere con argomenti razionali i responsabili ad abbandonare i loro comportamenti ingiusti. Invece la lotta non-violenta (satyagraha) è la dimostrazione pratica della Verità; essa dimostra la superiorità morale del ribelle, il suo essere dalla parte della verità. La prova di questa superiorità morale sta nella sua disposizione a soffrire e ad affrontare la morte in nome della Verità: «La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della non-violenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo».
L’ingiusto afferma i suoi interessi egoistici con la violenza, cioè procurando sofferenza ai suoi avversari e, nello stesso tempo, provvedendosi dei mezzi (le armi) per difendersi dalle sofferenze che i suoi avversari possono causargli. Il giusto, invece, dimostra, con la sua sfida non-violenta, che la verità è qualcosa che sta molto al di sopra del suo interesse individuale, qualcosa di talmente grande e importante da spingerlo a mettere da parte l’istintiva paura della sofferenza e della morte. Il combattente non-violento sfida l’ingiusto a mani nude, senza armi, e si espone alle sue rappresaglie, opponendo solo la forza della Verità. È la capacità di soffrire, senza offendere, senza imporre con la forza la propria volontà, senza infliggere sofferenza, senza distruggere o uccidere, e senza nemmeno difendersi, che rappresenta, secondo Gandhi, la più potente dimostrazione pratica della validità della causa del ribelle non-violento, il suo essere dalla parte della Verità: «La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è enormemente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l’avversario ed aprire le sue orecchie alla voce della ragione. … Quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L’appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell’uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della specie umana».
La differenza tra questi due metodi di affermazione della verità sta nel fatto che la discussione fa appello esclusivamente alla ragione dell’avversario attraverso la dimostrazione teorica della sua ingiustizia, mentre la lotta non-violenta fa appello anche al cuore dell’ingiusto, perché contiene una portentosa dimostrazione pratica della sua ingiustizia.
Da quanto detto derivano anche le virtù che Gandhi ascrive all’autentico satyagrahi, il combattente per la causa della Verità. Egli non deve essere mosso dall’ira e dall’odio per l’avversario, cioè per l’ingiusto: deve combattere l’ingiustizia, ma non l’ingiusto (“l’errore e non l’errante”, come diceva Papa Giovanni XXIII), e deve avere sempre fede nella possibilità che anche l’uomo più ingiusto si possa convertire alla causa della giustizia. Mitezza e amore sono dunque le due prime caratteristiche fondamentali dell’atteggiamento del satyagrahi. L’essenza del satyagraha, inoltre, è la disposizione a combattere a mani nude, ad affrontare volontariamente le sofferenze che possono derivare dalla lotta per la Verità. Il satyagrahi deve dunque essere coraggioso, molto più coraggioso dei guerrieri che affrontano il pericolo della battaglia senza rinunciare alla protezione delle loro armi. E non deve essere dominato dall’avidità di ricchezza o dalla passione per i piaceri corporei; l’eccessivo attaccamento ai beni materiali può infatti distoglierlo dalla sua battaglia per la giustizia. Coraggio, povertà e castità devono dunque essere tra le virtù del satyagrahi.
Nonostante il suo impegno non violento per la conquista dei diritti civili e dell'indipendenza, Gandhi non ricevette mai il Premio Nobel per la Pace, sebbene fosse stato nominato cinque volte tra il 1937 ed il 1948. Decenni dopo, comunque, l'omissione fu pubblicamente rimpianta dal comitato del premio Nobel. Quando Tengin Gyatzo, attuale Dalai Lama, fu premiato nel 1989, il presidente del comitato disse che questo premio era "in parte un tributo alla memoria del Mahatma Gandhi".
Il sito ufficiale del museo dell'associazione Nobel contiene un articolo (in inglese) su questo argomento, che potete leggere cliccando QUI.
Per quanto rigurda invece l' appellativo di Mahatma, che molti, tra cui il poeta Rabindranath Tagore, associarono a Gandhi, fu spesso confuso con il suo nome, mentre è un termine sanscrito di venerazione il cui significato letterale è "grande anima". La vasta accettazione del suo uso, al di fuori dall'India, in parte riflette le complessità, durante la vita di Gandhi, delle relazioni tra India e Gran Bretagna. In ogni caso, si tratta di un epiteto coerente con l'assai diffusa percezione di Gandhi come persona profondamente coinvolta nella non-violenza e nella sua fede religiosa.
La vita del Mahatma è stata anche fonte di ispirazione per il mondo dell'arte. La più famosa rappresentazione artistica della sua vita è il film Gandhi (1982), diretto da Richard Attenborough ed interpretato da Ben Kingsley (curiosamente, lui stesso per metà abitante del Gujarat) nel ruolo principale. Un altro film che parla dei 21 anni di vita di Gandhi in Sudafrica è The Making of the Mahatma diretto da Shyam Benegal ed interpretato da Rajat Kapur. Negli Stati Uniti, ci sono statue di Gandhi all'esterno del Ferry Building a San Francisco, in Union Square Park a New York City, e vicino all'ambasciata indiana nel distretto di Dupont Circle a Washington. Nel Regno Unito, ci sono molte statue importanti di Gandhi, in particolare nei giardini Tavistock a Londra e vicino all'University College of London dove studiò legge. Gandhi è inoltre il titolo di una canzone di Patti Smith tratta dall'album Gung Ho del 2000 e dedicata al movimento non violento indiano fondato dal Mahatma.
Sicuramente, nell' attuale e complessa situazione mondiale, dove l'odio e la guerra sono i due indiscussi protagonisti, gli insegnamenti del Mahatma sono ancora considerati come utopici e idealisti. Aveva ragione Albert Einstein quando, su di lui, disse: "Le generazioni a venire, forse, crederanno a fatica che un individuo come questo, in carne ed ossa, camminò su questa terra." Io concordo pienamente, non abbiamo (o non hanno - fate voi che leggete) ancora compreso che la convivenza quotidiana è fatta di piccole cose, semplici regole: basta aprire il cuore per poter vivere nel rispetto, in sintonia ed armonia con le culture diverse dalle nostre, e soprattutto, che la nostra vita, quella dell'umanità, vale molto di più di qualsiasi altro interesse politico; devono essere questi ultimi subordinati alla prima, non viceversa.
Dome-International
fonti sulla biografia e il pensiero:
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Teoria e pratica della non-violenza, M.K. Gandhi, a cura di Giuliano Pontara, 1996, Einaudi
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Una forza che dà vita. Ricominciare con Gandhi in un'età di terrorismi, di Fulvio Cesare Manara, Unicopli, Milano 2006. January 25 Buongiorno ragazzi, come ben saprete il 27 gennaio si celebra la 60a Giornata del Ricordo per le vittime delle stragi nazifasciste durante la Seconda Guerra Mondiale.
Stavolta ho deciso che non sarò io a commentare quei tragici avvenimenti che costarono la vita a oltre 7 milioni di ebrei. Lascerò che sia una poesia a farlo, una poesia scritta da un bambino, e lascerò che riflettiate sul valore e l'importanza della vita, così come quel bambino fece prima di veder svanire i suoi sogni e le sue ambizioni quando venne internato nel ghetto di Terenzin, e quando poi a soli 14 anni morì ad Auschwitz.
Chi si aggrappa al nido non sa che cos'è il mondo, non sa quello che tutti gli uccelli sanno e non sa perchè voglio cantare il creato e la sua bellezza.
Quando all'alba il raggio del sole illumina la terra e l'erba scintilla di perle dorate, quando l'aurora scompare e i merli fischiano tra le siepi, allora capisco com'è bello vivere.
Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza quando cammini tra la natura per intrecciare ghirlande con i tuoi ricordi: anche se le lacrime ti cadono lungo la strada, vedrai che è bello vivere.
La poesia è stata ripresa dal blog "Armonie di forme e di pensieri" di Claudia Sitara, che vi invito a visitare cliccando sul nome evidenziato. Ringrazio nuovamente Claudia e vi do appuntamento al mio prossimo intervento.
Dome-International January 19
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con risoluzione GA/10592, ha proclamato il 2008 Anno Internazionale delle Lingue. L'iniziativa, che si svolgerà sotto il patrocinio dell'UNESCO, ha lo scopo di preservare la diversità delle lingue e delle culture a livello mondiale.
Attualmente nel mondo si parlano più di 7.000 lingue, ma si stima che nel giro di qualche generazione, oltre il 50% di esse potrebbe estinguersi, soppiantato dalle lingue che la globalizzazione impone.
L'iniziativa è finalizzata a far capire come il multilinguismo, oggi più che mai, rappresenta il mezzo attraverso il quale è possibile conservare la propria identità etnica e nazionale, e, sopratutto, il canale per attuare azioni congiunte nell'interesse di tutti i Popoli del pianeta
Il motto di questa iniziativa è: "Uniti nella Diversità".
Le lingue costituiscono infatti un fattore strategico di progresso verso uno sviluppo sostenibile e un rapporto armonioso tra contesto "globale" e "locale".
" [...] Esse sono di fondamentale importanza per raggiungere gli obiettivi del programma Education for All (EFA), e gli obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM). In particolare, le lingue locali, svolgono un ruolo strategico per l'eradicazione della povertà estrema e la fame, sostengono l'alfabetizzazione, il raggiungimento dell'istruzione primaria universale, la lotta contro l'HIV/AIDS, la malaria, nonchè, infine, la salvaguardia delle tradizioni locali e indigene. Inoltre, la diversità culturale è strettamente legata alla diversità linguistica, come indicato nella Dichiarazione universale dell'UNESCO sulla diversità culturale e il suo piano d'azione (2001), la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e la Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005). L' UNESCO, pertanto, invita i governi, le organizzazioni delle Nazioni Unite, le organizzazioni della società civile, le istituzioni educative, le associazioni professionali e di tutte le altre parti interessate a migliorare ed incrementare le proprie attività volte a promuovere il rispetto, la promozione e la protezione di tutte le lingue, in particolare per le lingue in pericolo, in tutti i singoli e collettivi contesti." (Koïchiro Matsuura, Direttore Generale UNESCO).
Per concludere, anche l'Assemblea Generale, in fase di approvazione, ha sottolineato l'importanza della parità tra le 6 lingue ufficiali dell'Organizzazione (Arabo, Cinese, Inglese, Francese, Russo e Spagnolo), facendo notare come esse siano indispensabili e fondamentali per una maggiore penetrazione e capillarità delle azioni dell'Organizzazione stessa.
L'Assemblea ha inoltre chiesto al Segretariato Generale, la traduzione di tutti i vecchi documenti che compaiono su internet solo in lingua inglese, nelle altre lingue ufficiali, e di eliminare definitivamente nell'ambito dell'Organizzazione la disparità fra l'inglese e le altre lingue ufficiali.
Dome - International
Per ulteriori approfondimenti ed informazioni sulle iniziative:
-----> UNESCO International Year of Languages site
January 05
Basta ragazzi, non ne posso più! Oggi sento il dovere di deviare le trattazioni consuetudinarie del mio space. Ho una rabbia addosso.... ci troviamo per l'ennesima volta di fronte al caso di chi ha intenzione di speculare sulle disgrazie degli altri, di chi costruisce una posizione mediatica ad un criminale e lucra su essa, davvero vergognoso!
Mi ero già occupato del caso Ahmetovic, del suo fido agente Sundas e della loro bella linea di abbigliamento. Oggi, invece, apprendo dal sito dell' Agenzia Giornalistica Italiana che, in merito alla richiesta di arresti domiciliari che il legale di Marzouk avanzerà la prossima settimana al giudice, ben 150 famiglie hanno chiesto, sempre al suo legale, di poter ospitare Azouz se arresti domiciliari saranno concessi.
Bene, io dico: benvengano gli arresti domiciliari se questi sono un suo diritto (non voglio entrare qui nel merito delle indagini o delle colpe del Marzouk), ma che chi commette reato possa scontare la pena con una famiglia e con essa sfruttare al meglio la già consolidata posizione mediatica a fini di lucro (come già fece a suo tempo Marco Fabiani proprietario del residence che ospitò Ahmetovic fino a qualche settimana fa).....mi sembra davvero eccessivo! E poi, visto che la coppia favorita x l'accredito, ha anche due figli, mi chiedo: ma che esempio può dare ai propri figli un genitore che ospita in casa un trafficante di droga in regime di arresti domiciliari?
Così facendo si umilia l'intero Popolo Italiano perchè si sminuisce un grave reato e si esalta chi lo ha commesso. Ci manca solo che qualcuno dica (se non lo ha già detto) "...ma si ha solo gestito lo stock di qualche partita di coca, non ha ucciso nessuno"........possibile che si debba aspettare il morto per avere la certezza che chi commette un reato sconti la pena in galera?
Prendete atto che in Italia la c.d. "apologia di reato", ovvero l'atteggiamento che consiste proprio nell'emulare, esaltare o, minimizzare un fatto criminoso è perseguibile penalmente. Si, perchè chi ospita il reo, altro non fa che minimizzare il reato commesso ed agli occhi della gente esso non viene più considerato tale. Tuttavia nessuno applica tale prncipio, nesuno interviene per porre fine a questa vergogna.
A questo punto, visto che siamo nel Paese dove il criminale può non scontare la pena in carcere, chiunque può minimizzare, esaltare o addirittura lucrare su un delitto e dove i giudici infine seguono la politica del laissez faire, saremo tutti d'accordo su ciò che diceva Richelieu, " Fare una legge e non farla rispettare equivale ad autorizzare la cosa che si vuole proibire " .....tuttavia mi sorge ancora una domanda... ma in Italia le leggi servono ad autorizzare l'illecito?
Mi limito a riportare qui l'articolo che ho letto questo pomerigio, non sono più in vena di continuare la mia disquisizione, ma voi commentate numerosi!
(AGI) Arresto Azouz, 150 famiglie si offrono per ospitarlo ai domiciliari
Como, 4 gen. - Oltre 150 famiglie in 'gara' per ospitare agli arresti domiciliari Azouz Marzouk, il vedovo della strage di Erba (Como) finito in carcere ad inizio dicembre con l'accusa di aver fatto parte di un sodalizio a 'conduzione famigliare' dedito al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Tante, almeno secondo quanto fa sapere il suo avvocato Roberto Tropenscovino, quelle che si sono fatte avanti in queste settimane dopo l'appello lanciato dallo stesso legale lecchese. La scelta, alla fine, e' caduta su una famiglia di quattro persone residente in provincia di Lecco e buona conoscente dell'avvocato. Si tratta di una coppia con due figli, una ragazza che lavora e il maschio che va ancora a scuola. ''Si tratta di una famiglia - fa sapere Tropenscovino - al di sopra di qualsiasi sospetto. Senza macchie giudiziarie e lontana dai luoghi a suo tempo frequentati dal mio assistito''. Altri dettagli sulla famiglia non ne fornisce. Spiega pero' che in queste settimane ha ricevuto decine e decine di mail, di telefonate di lettere da tutta Italia. ''Ho dovuto fare una attenta selezione e alla fine la scelta e' caduta su una famiglia di mia conoscenza e della quale ho massima fiducia''. Sempre secondo quanto riferisce l'avvocato ''molte delle persone che mi hanno contattato, hanno motivato la loro disponibilita' con il fatto che vivono sole e che con Azouz avrebbero potuto condividere la propria solitudine''. In particolare quella prescelta avrebbe spiegato che ''in famiglia discutiamo su tutto e Azouz potrebbe integrarsi alle nostre abitudini e stili di vita arricchendo in qualche modo anche il dibattito sull'integrazione sociale. Ospitandolo potremmo dargli l'opportunita' di aiutarlo e ci sentiremmo utili a qualcosa''. Ora tocca al Giudice preliminare del Tribunale di Como, Luciano Storaci, decidere. Tropenscovino, comunque, non presentera' istanza fino a luned' prossimo. Che Azouz possa ottenere cosi' facilmente gli arresti domiciliari, comunque, non e' cosa tanto scontata anche perche' il Sostituto Massimo Astori, titolare dell'inchiesta sullo spaccio dei 'tunisini di Merone' e, ironia del caso, depositario anche del fascicolo d'inchiesta sulla strage di Erba, ha ottenuto una proroga delle indagini, condotte dalla Guardia di Finanza di Erba, di altri due mesi. (AGI)
Invito il lettore del mio space a spersonalizzare l'intervento. Ho qui fatto riferimento a due vicende che solo per pura coincidenza hanno come protagonisti due stranieri, anzi, Marzouk è a tutti gli effetti italiano. Preciso inoltre che commenti non ponderati verranno immediatamente segnalati come abusi al server e cancellati.
Dome International January 02
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Il Kenya, secondo Paese politicamente più stabile di tutta l'Africa nera nonchè ambita meta turistica per le meraviglie naturali che il suo paesagio, in alcuni angoli ancora incontaminato offre, è sprofondato nell'ultima settimana, in una grave crisi politica. Nonostante un tentativo di colpo di stato nel 1982, e nonostante gli oltre vent'anni trascorsi sotto la dittatura di Daniel Arap Moi, dal 1963, anno della sua indipendenza, il Kenya non ha mai conosciuto una crisi politica di tali dimensioni, crisi che rischia seriamente di far precipitare il Paese nel caos.
Per capire i veri motivi di questa crisi bisogna andare a ritroso nella storia del Paese. Gli oltre 34 milioni di persone che popolano il Kenya sono suddivisi in più di settanta etnie. [...] Attualmente l’etnia più numerosa è rappresentata dal gruppo dei Kikuyu (21% della popolazione); altri gruppi relativamente numerosi sono i Luhya (14%), i Luo (13%), i kamba (11%), e i Kalenjin (11%) [...].
I mau mau, i guerriglieri che hanno portato il Paese all'indipendenza, facevano parte dell'etnia Kikuyu, ed erano guidati da Jomo Kenyatta leader del KANU, (Kenya African National Union), che di seguito divenne Presidente, assistito dal suo fidato collaboratore, appartenente all'etnia Luo, Jaramogi Oginga Odinga nominato poi Vicepresidente. Ma Kenyatta commette l'errore comune a tanti leader africani. Tratta con un occhio di riguardo gli appartenenti al suo gruppo, cui, ad esempio, vengono assegnate le terre più fertili e produttive nel processo di africanizzazione delle grandi aziende agricole che appartenevano ai bianchi. Gli amici di Kenyatta diventano in pochi anni l'elite politica ed economica del Paese. I Luo si sentono emarginati e cercano di reagire, nel 1966 Oginga Odinga si stacca dal Kanu e forma il KPU, Kenya People Union, un piccolo partito di opposizione. La rottura definitiva tra kikuyu e luo avviene nel 1969 quando Tom M'boya viene assassinato da un attivista kikuyu, il Kpu messo fuori legge e i suoi leader, compreso Oginga Odinga, arrestati.
Con la morte di Kenyatta nel 1978, il potere passò nelle mani di Daniel Arap Moi che per rafforzare il potere del KANU instaura il regime dittatoriale. Comincia la deriva del Kenya. La corruzione diventa rampante e fanno carriera affaristi senza scrupoli che sfruttano le loro posizioni politiche. È in questo contesto che emerge Mwai Kibaki, una volta primo ministro di Moi e poi finito in galera. Kibaki chiama a raccolta la parte di kikuyu rimasta emarginata dai regimi di Kenyatta e di Moi e riesce a formare un nuovo partito dell'opposizione, la Coalizione Nazionale Arcobaleno. Un ruolo importante viene affidato a Raila Odinga, figlio di Jaramogi Oginga. Nel 2002 l'aggregazione di gruppi politici e tribali vince trionfalmente le elezioni in nome di una lotta alla corruzione dominante e porta Kibaki alla presidenza. Ma Kibaki non mantiene le sue promesse perché riesce a creare una rete di corruzione ancora più attiva di quella di Moi. I suoi uomini più vicini fanno affari compromettenti e lucrosi. Mentre il Paese sprofonda nella povertà. Così i Luo e tutte le altre etnie del Paese formano un'alleanza per sostenere Raila Odinga fondando il Movimento Democratico per presentarsi alle nuove presidenziali.
La fase iniziale degli scrutini finali della scorsa settimana, vedeva i Luo e i loro alleati in testa rispetto la lista del Presidente uscente, ma improvvisamente gli osservatori europei vennero allontanati dai seggi ed il numero dei voti a favore di Kibaki cominciò a crescere. Il verdetto della commissione elettorale è stato frettoloso per permettere un rapidissimo giuramento davanti ai giudici della corte suprema: Kibaki 4.584.721 voti, Odinga 4.352.993. A questo punto scoppia la rabbia dei Luo che si sentono ancora una volta defraudati dai kikuyu e la loro protesta non tarda a farsi sentire.
Come già avrete intuito, antiche rivalità ancestrali sono da sempre le protagoniste della corsa al potere in Kenya, uno dei motivi di questa crisi. Rivalità che sfociano nella lotta armata, nella violenza e, come gia successo in altri paesi, in genocidio. Dal giorno della rielezione di Kibaki è difficile camminare per le strade delle città keniane: i membri delle fazioni più agguerrite dei due schieramenti politici, armati di machete e kalshnikov, fanno razzie nei villaggi rivali, violentando, uccidendo. Ed anche la polizia fa la sua parte. Si contano indicativamente, dopo solo una settimana di scontri, oltre 300 morti e 70.000 sfollati (dati C.R.I.).
Siamo in regime di pulizia etnica, e, non importa se l'arteficie sia Odinga o Kibaki (visto lo scambio di reciproche accuse lanciato attraverso i media internazionali); ciò che importa è che a morire sono centinaia di povere persone - tra cui molti bambini - che abitavano i sobborghi più degradati delle città; ciò che importa è che entrambi i candidati trovino immediatamente un accordo per porre fine a questa pulizia etnica prima che sfoci in vero e proprio genocidio, come già accaduto in passato ed accade ancora in altri stati africani: basti pensare alla lotta per il potere fra Tutsi e Hutu nel 1994 in Rwanda che costò la vita ad oltre un milione di persone; agli attuali conflitti etnici in Nigeria e Costa d'Avorio ed infine ai sempre attuali conflitti etnici ma già sfociati da anni in guerra civile in Somalia, Sudan e Uganda.
Ma ciò che conta davvero di più è che la comunità internazionale non resti ancora una volta a guardare, che non resti di nuovo impotente di fronte alla violazione delle norme di "jus cogens" del diritto internazionale, che intervenga da mediatore fra Kibaki e Odinga affinchè venga scongiurato il peggio.
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