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2月10日
Il 10 febbraio si celebra Il "Giorno del Ricordo" in memoria delle vittime delle foibe, durante l'esodo giuliano-dalmata, nelle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra.
« [...] va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'umanità costituito dalle foibe [...] e va ricordata [...] la "congiura del silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio". Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. »
(dal discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricordo". Roma, 10 febbraio 2007)
La giornata del ricordo è stata istituita con legge n. 92 del 30 marzo 2004:
«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresi' favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresi' a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero.»
Ma cosa sono in realtà le foibe?
La parola "foiba" è una dialettizzazione del latino "fovea" che significa fossa, solitamente di origine naturale, simile ad una grotta, con ingresso a strapiombo e forma di cono. Sono diffuse soprattutto nella provincia di Trieste, nelle zone della Slovenia, già parte della scomparsa regione Venezia Giulia, nonché in molte zone dell'Istria e della Dalmazia (Wikipedia).
Attualmente sono un argomento studiato sotto il punto di vista storico per essere state, durante la Seconda Guerra Mondiale e nell'immediato dopoguerra, utilizzate dalla truppe titoiste per l'uccisione e conseguente occultamento della popolazione italiana, durante le repressioni avvenute nella città di Trieste e nelle regioni nord orientali italiane.
"L' infoibamento" ebbe inizio nel 1943, quando l'ex dittatore jugoslavo Josip Broz Tito occupò le regioni dell' Istria, Quarnaro e Dalmazia ed attraverso il suo esercito mise in atto una vera e propria pulizia etnica nei confronti degli italiani che abitavano dette regioni, e che gia in massa si apprestavano a lasciare le zone occupate per fare rientro in Italia (esodo giuliano-dalmata o istriano). Migliaia di italiani, uomini, donne e bambini, vennero barbaramente uccisi ed i loro corpi occultati nelle foibe, altri vennero invece deportati in campi di concentramento in Jugoslavia ed in seguito uccisi.
Le prime foibe che contenevano cadaveri furono scoperte dalle truppe nazifasciste durante la guerra, altre vennero alla luce col passare degli anni.
Negli anni successivi alla guerra, questo fenomeno venne nascosto all'opinione pubblica italiana ed internazionale, per la necessità di mantenere buone relazioni diplomatiche con la Jugoslavia, e per non accrescere la tensione negli anni della Guerra Fredda.
Per quanto riguarda il numero delle vittime invece, non esistono cifre ufficiali, nonostante numerose siano state le commissioni incaricate a tal fine, sia dai vari Governi italiani nonchè da alcuni organi internazionali. Tuttavia dalle fosse finora scoperte sul territorio italiano, si contano ben 7.000 cadaveri circa, ai quali vanno aggiunti quelli sepolti nelle foibe in territorio jugoslavo e quelli dei campi di concentramento. In definitiva si stima che le vittime totali possano essere 10.000/15.000. Un vero e proprio genocidio insomma, perpetrato nei confronti di alcuni italiani e per di più tenuto nascosto e sul quale si è taciuto per decenni!
La data del 10 febbraio, scelto come Giorno del Ricordo, rievoca la data della firma del Trattato di Pace di Parigi del 1947, col quale venivano assegnati alla Jugoslavia i territori ex italiani occupati dall' Armata di Liberazione Popolare di Tito durante la guerra.
Il primo Giorno del Ricordo è stato celebrato il 10 febbraio del 2005, e per l'occasione la RAI ha anche trasmesso il film "Il cuore nel pozzo", che, in base alle testimonianze dei sopravvissuti, rievoca quelle barbariche atrocità.
Qusto pomerigio a Roma si svolgerà alle ore 17.00 la consueta Fiaccolata del Ricordo, x saperne di piu: www.10febbraio.it
Ecco, infine, l'elenco delle foibe in cui sono stati individuati resti umani:
1. Foiba di Basovizza, che è monumento nazionale
2. Foiba di Monrupino (Trieste), monumento nazionale
3. Foiba di Barbana
4. Foiba di Beca
5. Abisso Bertarelli
6. Foiba Bertarelli (Pinguente)
7. Foiba di Brestovizza
8. Foiba di Campagna (Trieste)
9. Foibe di Capodistria
10. Foiba di Casserova
11. Foibe di Castelnuovo d'Istria
12. Foiba di Cernizza
13. Foiba di Cernovizza (Pisino)
14. Foiba di Cocevie
15. Foiba di Corgnale
16. Foiba di Cregli
17. Foiba di Drenchia
18. Cava di Bauxite di Gallignana
19. Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia)
20. Foiba di Gimino
21. Foiba di Gropada
22. Foiba di Iadruichi
23. Foiba di Jurani
24. Cava di bauxite di Lindaro
25. Foiba di Obrovo (Fiume)
26. Foiba di Odolina
27. Foiba di Opicina
28. Foiba di Orle
29. Foiba di Podubbo
30. Foiba di Pucicchi
31. Foiba di Raspo
32. Foiba di Rozzo
33. Foiba di San Lorenzo di Basovizza
34. Foiba di San Salvaro
35. Foiba di Scadaicina
36. Abisso di Semez
37. Foiba di Semi (Istria)
38. Abisso di Semich
39. Foiba di Sepec (Rozzo)
40. Foiba di Sesana
41. Foiba di Surani
42. Foiba di Terli
43. Foiba di Treghelizza
44. Foiba di Vescovado
45. Foiba di Vifia Orizi
46. Foiba di Vines
47. Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova)
Dome-International |  |
2月8日
Salve ragazzi, questa che sto per raccontarvi è la cronaca di un giorno speciale, 1 giorno che non cancellerò mai dai ricordi.
La mia giornata è cominciata con sveglia alle 7.30 e, dopo doccia e colazione, un rapido ripasso di tutto il programma di Economia Politica e via per l'esame delle 14.30!
Ah, quasi dimenticavo dei pizzini...eh beh, x ogni evenienza è sempre meglio appuntarsi le formule! (Anke se poi sono effettivamente serviti x far copiare gli altri!)
Ma nonostante le "curve di equilibrio della domanda" e le altre rappresentazioni grafiche che ormai sognavo anche la notte, il mio pensiero era già rivolto al dopo-esame. Si, xkè mentre io consegnavo il mio elaborato (ke tra l'altro è stato compilato a dovere anche se i risultati li avrò fra qualche settimana), Lei prendeva il treno x raggiungermi. Indescrivibile l'emozione che ho provato quando l'ho rivista: è scesa dal treno ed è corsa verso me...il suo sguardo, il suo sorriso...una donna unica e solare.
Siamo andati a visitare il museo di Palazzo Madama, in piazza Castello, in centro, e Lei, appassionatissima d'arte nonchè studente in Beni Culturali Archivistici e Librari, quasi non finiva di ringraziarmi e riempirmi di baci x averla portata li.
Poi, sulla torre panoramica del palazzo, davanti ad una splendida vista della città, Noi, da soli... il nostro primo bacio...e poi, fuori da li, tutto il pomerigio a parlare di Noi...e ancora altri baci.
Lei mi ha anche dedicato i versi di una canzone di Laura Pausini, io invece, ancora palpitante, non riesco a trovare le parole x descrivere le sensazioni di oggi.
Grazie Alessia, ti dedico questo post e la canzone in sottofondo (non è + numb, accendi le casse!) x le emozioni che mi hai regalato.
Ti voglio un mondo di bene, e spero di vivere con te ogni giorno come se fosse il primo, come se fosse oggi; spero di vivere ogni giorno regalandoti nuove emozioni. Ti adoro!
Ale&Dome, 8 Febbraio 2008. 2月7日
Buongiorno ragazzi, nel mio space non ho ancora mai parlato di me, delle mie vicende personali. E' dunque la prima volta che uso il mio blog come diario personale, e lo faccio per ringraziare una persona speciale con la quale ieri abbiamo passato 1 splendido pomerigio insieme. Grazie di cuore Ale, non sono mai stato così bene in vita mia! A presto!
Domenico 2月5日
Dopo settimane di attesa circa l'esito dei ballottaggi delle elezioni presidenziali in Serbia, finalmente nella tarda serata di domenica, la Commissione elettorale centrale di Belgrado ha reso noti i risultati: l'europeista Boris Tadic ha prevalso sull’ultranazionalista Tomislav Nikolic con il 51 per cento circa dei voti.
La popolazione serba ha dunque confermato il percorso democratico ed europeo del Paese, e decisivo è stato soprattutto l'appoggio, fornito al presidente uscente, dalle minoranze romene e albanesi.
"Siamo una grande democrazia", ha detto Tadic, "È tempo di lavorare alla visione europea della Serbia. Il popolo serbo è un popolo fantastico che non ha meritato tutto quello che gli è capitato negli ult imi 20 anni".
Ma soprattutto, questa vittoria allevia la tensione sulla provincia separatista del Kosovo, a maggioranza albanese, che intende dichiarare presto unilateralmente l’indipendenza. Non che Tadic sia a favore della separazione, ma è contrario con una sfumatura diversa rispetto a Nikolic, avendo escluso l’azione di forza in caso d’indipendenza e non legando il proseguimento dell’integrazione europea alla rinuncia da parte di Bruxelles all’invio di una forza di stabilizzazione in caso d’indipendenza.
E anche se la popolazione kosovara dovrà ancora attendere x proclamare la così tanto agoniata indipendenza e rivendicare il suo diritto all'autodeterminazione, di certo tale cammino sarà, d'ora in avanti, pacifico e all'insegna del dialogo.
Dome-International
per saperne di più sulle presidenziali serbe 2008:
------> http://www.osservatoriobalcani.org/article/frontpage/172
2月1日 Il 2 febbraio è per il Sudafrica una data storica, viene infatti ricordato come il giorno in cui ebbe fine l'Apartheid, la politica di segregazione razziale. L'allora Presidente Frederik Willem De Klerk, ultimo presidente bianco del Sudafrica e leader del National Party (NP poi New National Party), comprese che l'apartheid non poteva più sopravvivere e che urgevano concessioni dirette, nonchè la divisione dei poteri con la maggioranza nera. Egli giunse a tali conclusioni per i seguenti motivi: -
il crescente intensificarsi delle agitazioni popolari nel paese e la consapevolezza che esse non potevano essere affrontate ancora una volta con la repressione poliziesca ma attraverso un netto cambiamento politico; -
le sempre maggiori sanzioni internazionali comminate dall'ONU che stavano soffocando l'economia sudafricana; -
un crescente numero di sudafricani bianchi era sempre più deluso dalla politica di apartheid. Dopo numerosi negoziati e dopo l'intervento dei paesi confinanti il Sudafrica detti della "linea del fronte", il 2 febbraio 1990, nel suo discorso di apertura del Parlamento, De Klerk annunciò la legalizzazione dell' African National Congress (ANC, partito politico sudafricano impegnato nell'abolizione dell'apartheid e di altre forme di discriminazione razziale, nonché nell'instaurazione di una democrazia multietnica), ordinò il rilascio di molti prigionieri politici, e annunciò la sospensione delle sentenze di morte. Questo annuncio e le azioni che ne seguirono prepararono il terreno per i negoziati che condussero alla fine dell'apartheid e del governo del National Party. Il 10 febbraio il presidente annunciò la liberazione del leader storico dell'ANC, Nelson Mandela (nella foto a destra), dopo 26 anni di detenzione. Nel 1991 le leggi che relegavano la popolazione non bianca in determinate aree del paese furono abolite, come fu abolita la classificazione del popolo sudafricano in razze. Grazie a questi provvedimenti il Sudafrica muoveva i suoi primi passi verso una piena e compiuta società multirazziale. Nel 1992 il governo di De Klerk abrogò l'ultima delle leggi che costituivano la base legale dell'apartheid; nel marzo dello stesso anno un referendum votato da soli bianchi approvò con più dei due terzi dei voti (68%) la proposta di una nuova costituzione in cui fossero riconosciuti diritti politici anche ai neri ed il 27 aprile 1994, alle prime elezioni multirazziali della storia del Sudafrica, com'era prevedibile l'ANC uscì trionfante dalle urne e Mandela divenne il primo presidente non bianco del Paese, ma De Klerk venne nominato vicepresidente e rimase in carica fino al 1997, anno del suo ritiro dalla politica attiva. Nel 1993 De Klerk fu insignito, insieme a Nelson Mandela, del Premio Nobel per la Pace (foto in alto) per gli sforzi compiuti nello smantellare pacificamente l'apartheid e per aver gettato le fondamenta per un nuovo Sudafrica libero e democratico. Sebbene siano stati espressi dei dubbi sui motivi che guidarono il presidente nella sua decisione di abbattere l'apartheid, cioè se questi motivi erano la convinzione che questo regime era veramente sbagliato, o se i motivi che portarono a questa svolta politica furono le sempre più incessanti pressioni internazionali, De Klerk ha sempre risposto che lo hanno guidato le sue convinzioni personali: "con la fine della segregazione razziale porto giustizia a tutti [...] inoltre non avrei mai potuto fare l'interesse del mio popolo (i bianchi) se questo interesse si basa sul commettere ingiustizia sull'altro e ben più numeroso popolo (i non bianchi) che condivide con me il mio stesso Paese". Dome-International Esattamente un anno fa, il 2 febbraio 2007, due ore dopo la fine del derby siciliano Catania-Palermo, e durante gli scontri fra le due tifoserie, moriva l'ispettore di Polizia Filippo Raciti, a seguito di un trauma epatico causato dall'impatto di un corpo contundente (non ancora individuato e sul quale sono tutt'ora in corso delle indagini) scagliatogli addosso da un tifoso. Nato a Catania nel 1967, Raciti entrò nella Polizia di Stato nel giugno del 1986 come allievo agente ausiliario. Svolse la maggior parte della sua carriera in servizi esterni di ordine pubblico. Dopo aver prestato servizio presso la Questura di Catania, in forza all'Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico, dal dicembre 2006 era stato trasferito al X Reparto Mobile. Una settimana prima della sua morte, Raciti testimoniò circa i fatti riguardanti un tifoso fermato per intemperanze, ma lo stesso venne poi rilasciato dal magistrato inquirente. Secondo quanto raccontato da uno dei suoi colleghi, il tifoso, appena rilasciato, andò a ridere in faccia all'ispettore in segno di scherno. Raciti è stato insignito della medaglia d'oro al valor civile alla memoria, consegnata alla moglie l'11 maggio 2007 in occasione del 155° anniversario della Polizia di Stato, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Medaglia d'Oro al valor civile «Con spiccata professionalità, non comune determinazione operativa e consapevole sprezzo del pericolo si prodigava nel fronteggiare e respingere un gruppo di facinorosi tifosi catanesi, rimanendo mortalmente ferito nel corso dei violentissimi scontri. Luminosa testimonianza di elevato senso civico, encomiabile altruismo ed eccezionale spirito di servizio, spinti sino all'estremo sacrificio.» Questo mio intervento, che per natura discosta dalle abitudinali trattazioni del mio space, mi sembra doveroso per tre motivi: 1) innanzitutto per ricordare tutti coloro che hanno perso la vita in scontri fra tifoserie; 2) perchè a distanza di un anno dalla morte di Raciti, negli stadi nulla è cambiato: nonostante i diversi "pacchetti di sicurezza" (?) adottati all'uopo dal Governo, sono sempre tanti gli scontri che si verificano nel pre e dopo partita, numerosi i feriti e, come ben ricorderete, l'11 Novembre scorso (a poco più di nove mesi dalla morte di Raciti) Gabriele Sandri è stata l'ennesima vittima di questi stupidi atti di inciviltà;
3) per esprimere solidarietà e ricordare tutti coloro che tutti i giorni lavorano (rischiando loro stessi la vita) per garantire, durante queste manifestazioni sportive (e non solo), la nostra incolumità, e che quotidianamente sono oggetto e bersaglio di scherno, ingiurie e molestie varie.
Da tifoso, credo sia bello e (permettetemi) doveroso, sostenere la propria squadra del cuore, ma altrettanto doveroso è isolare i gruppi di tifosi facinorosi che danno luogo ad episodi di violenza gratuita e che spesso sfociano in guerriglia urbana (basti pensare agli episodi di Bergamo e Roma dopo la morte di Gabriele). Credo inoltre che tali episodi siano davvero sconfortanti, poichè mostrano "l'inciviltà galoppante" che regna fra le nuove generazioni della nostra società e di certo, non ci fa ben sperare per il futuro. Un tempo il calcio era puro spettacolo, che divertiva e intratteneva le famiglie durante i weekends, oggi è solo più un business per gli imprenditori che operano nel settore nonchè, per gli scalmanati, l'occasione per scatenare risse e tafferugli. Tuttavia, quello che più mi preme sottolineare è il fatto che morire per una partita di calcio è la cosa più stupida che può capitare. Che sia un ultrà ad uccidere un suo rivale, che sia l'ultrà a uccidere il poliziotto o che sia il poliziotto ad uccidere l'ultrà poco conta, ciò che conta e che si uccide "nel nome del pallone" e questo, cari miei, non è più spettacolo.
Dome-International 1月27日
"Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo"
M. K. Gandhi
Il 30 gennaio del 1948, esattamente 60 anni fa, a New Delhi veniva assassinato Mohandas Karamchand Gandhi, meglio conosciuto con l'appellativo di Mahatma (in sanscrito Grande Anima) e da sempre ricordato per le sue battaglie per l'ottenimento dei diritti civili per le caste indiane più povere nonchè per l'indipendenza dell'India dalla Gran Bretagna. Con il suo principio di "satyagraha" (in sanscrito lotta non violenta) ha ispirato altri leader per i diritti civili come Nelson Mandela e Martin Luther King.
Nato il 2 ottobre del 1869 a Porbandar, discendente di una famiglia di commercianti nonchè figlio del primo ministro della regione indiana del Gujarat, nel 1888, all'età di 19 anni, anni si trasferì a Londra per studiare legge e nel 1891 fece ritorno in India e iniziò a praticare la professione di avvocato presso lo studio del fratello a Bombay (attuale Mumbay). Nel 1893 trovò un altro impiego, sempre come avvocato presso una ditta indiana che lo mandò in Sudafrica per affari.
Costernato nel vedere il prevalente diniego delle libertà civili e dei diritti politici verso gli immigrati Indiani, cominciò a protestare e fare pressioni contro la discriminazione legale e razziale subita dagli Indiani in Sudafrica sia con un'intensa opera di assistenza sia con scritti sul quotidiano "Indian opinion". Lui stesso sperimenò dette discriminazioni: durante i suoi primi giorni in Sudafrica, fu fisicamente buttato fuori da un treno in Pietermaritzburg, avendo rifiutato il trasferimento nella carrozza di terza classe dato che viaggiava con un biglietto di prima classe. Nel 1906 venne imposta una nuova tassa di tre sterline sugli immigrati privi di contratto di lavoro che divenne lo spunto per la definizione di "satyagraha" (non-obbedienza senza violenza). Iniziò una lotta durissima e più volte Gandhi venne arrestato mentre conduceva delle marce di protesta con i lavoratori indiani, ma alla fine portò i suoi frutti perché l'imposta venne tolta e a poco a poco caddero le leggi lesive della dignità degli Indiani.
Nel 1914 Gandhi tornò in India, che girò in lungo e in largo per rendersi conto della difficile situazione in cui versavano i suoi connazionali, sopratutto quelli appartenenti alla casta più povera, la c.d. "casta degli intoccabili". Nel 1919, dopo il massacro di Amristar, in cui i soldati inglesi massacrarono migliaia di sostenitori del movimento per l'indipendenza indiana, Gandhi entrò nel Partito del Congresso Nazionale Indiano, l’organizzazione dell’élite politica moderata indiana, e cominciò a battersi strenuamente per l'indipendenza del suo paese, diventando ben presto il leader del movimento anticoloniale. Gandhi sostenne la necessità di porre limiti alla lotta, e sostanzialmente emarginò le correnti radicali, alcune delle quali avevano proposto il ricorso ad azioni terroristiche. Guadagnò fama mondiale attraverso la sua linea di condotta di disobbedienza civile e l'uso del digiuno come forma di protesta, e fu imprigionato, per attività sovversiva, dalle autorità britanniche il 18 marzo del 1922: condannato a sei anni di prigione ne scontò solo due e venne liberato nel febbraio del 1924, in seguito alla protesta, di fronte al carcere in cui era detenuto, di molti cittadini che chiedevano la sua scarcerazione.
Altre strategie di successo usate da Gandhi per il movimento a favore dell'indipendenza includevano una linea di condotta swadeshi (il boicottaggio di merci prodotte all'estero, specialmente quelle inglesi). Legato a questo era il sostegno che tutti gli indiani dovessero vestire khadi (il vestito tradizionale fatto in casa), invece che confidare su tessuti prodotti in Inghilterra. Gandhi sosteneva che le donne indiane, ricche o povere, dovessero spendere il loro tempo ogni giorno filando khadi come forma di supporto del movimento indipendentista. Questa era una strategia per includere le donne nel movimento in un momento in cui molti pensavano che queste attività fossero non decorose per le donne.
Nel 1928 Gandhi riprese la vita politica che sfociò in una delle sue più impressionanti azioni: la marcia del sale, da Ahmedabad a Dandi, conosciuta anche come marcia Dandi, che iniziò il 12 marzo del 1930 e terminò il 5 aprile, quando condusse migliaia di persone fino al mare per raccogliere loro stessi il sale piuttosto che pagare la tassa su di esso imposta dalla legge inglese. Con questa azione veniva commessa una simbolica violazione della legge che assicurava il monopolio britannico sull’estrazione del sale.
Nel gennaio del 1932 venne nuovamente arrestato e liberato nel maggio del 1933 riuscendo ad ottenere con un digiuno di 145 ore dei cambiamenti nelle leggi elettorali a favore degli intoccabili.
Nel 1934 si ritirò dalla vita politica attiva ma nel Mumbai il 3 marzo del 1939 Gandhi digiunò ancora come protesta verso il dispotico dominio in India. Nel 1940 il Congresso gli affidò i pieni poteri per la campagna di disobbedienza civile. Mohandas Gandhi aiutò Jawaharlal Nehru a diventare Primo Ministro.
Gandhi divenne più insistente nella richiesta di indipendenza durante la seconda guerra mondiale, avanzando una risoluzione che invitava gli inglesi a lasciare l'India (quit India), che presto scatenò il più grande movimento per l'indipendenza indiana di sempre, con arresti di massa ed una violenza senza precedenti.
Nel 1947 la Gran Bretagna, cedendo alle pressioni del movimento anticoloniale, concesse la piena indipendenza. Ma, contrariamente a quanto richiesto da Gandhi (costituire una confederazione di repubbliche autonome, incentrando il potere sui consigli di villaggio), i britannici divisero l’Impero Indiano in due diversi stati nazionali indipendenti, entrambi associati al Commonwealth britannico: l’Unione indiana, a maggioranza induista (683 milioni di abitanti), guidata dal leader del partito del Congresso (Nerhu), e la Repubblica del Pakistan (occidentale e orientale) a maggioranza islamica (83 milioni di abitanti). Tra l’altro i musulmani indiani desideravano proprio una divisione tra le due principali comunità religiose, rifiutando un India laica e non confessionale. Inoltre, i musulmani temevano di essere schiacciati dagli induisti, che rappresentavano la maggioranza della popolazione. Il giorno del trasferimento dei poteri, che provocò esodi di massa (circa 17 milioni di persone) incrociati da uno stato all’altro e violentissimi scontri tra musulmani e induisti. Gandhi non celebrò l'indipendenza, ma si addolorò in solitudine presso la città di Calcutta, infatti egli era da sempre fermamente contrario ad ogni piano che prevedeva la divisione dell'India in due diversi paesi.
Fu assassinato a Nuova Delhi il 30 gennaio del 1948 per mano di Nathuram Godse, un induista radicale. Prima di sparare a Gandhi, Godse si inchinò di fronte a lui tre volte. Godse fu poi processato, condannato ed ucciso.
I principi politici del Mahatma
Politicamente Gandhi è stato influenzato dagli anni trascorsi a Londra, in cui venne in contatto con il socialismo libertario di William Morris, con l’anarchismo cristiano e pacifista di Lev Tolstoj e, sopratutto, con la teoria della non-violenza e della disobbedienza civile dello scrittore americano Henry David Thoreau.
Il programma politico di Gandhi era sostanzialmente di orientamento democratico-nazionalistico, rivolto, cioè, all’indipendenza nazionale dell’India. Questi elementi non erano innovativi, poiché derivavano tutti dalla tradizione del pensiero politico europeo (nazionalismo democratico di Mazzini, socialismo libertario di Morris ecc.). La vera e fondamentale innovazione introdotta da Gandhi riguardò la teoria della rivoluzione. Nell’Europa moderna è nata una teoria “classica” della rivoluzione, che si è formata con il contributo di quasi tutte le correnti del pensiero politico: quella liberale (Locke, Jefferson e i padri della Rivoluzione americana, Syeyes e i teorici liberali della Rivoluzione francese), quella democratica (Rousseau, Robespierre, Saint-Just e altri teorici giacobini; Mazzini) e quella socialista, anarchica e comunista (Babeuf, Bakunin, Marx, Lenin, ecc.).
Per quanto divergenti nei loro obiettivi politici, le teorie classiche della rivoluzione hanno in comune due componenti fondamentali:
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la teoria del “diritto alla resistenza” (Locke), secondo cui è legittimo – se non doveroso – che le masse popolari si ribellino contro le autorità sociali e politiche, quando subiscono una evidente e intollerabile situazione di ingiustizia;
Gandhi condivise il primo di questi due principi, ma si staccò radicalmente dalle teorie classiche della rivoluzione per quanto riguarda il secondo, innovando in modo imponente questa teoria, ponendo una censura epocale tra questa e le altre idee di rivoluzione. Anche per lui ribellarsi all’ingiustizia era un diritto-dovere dei popoli, ma la sua idea era che l’unica forma di lotta rivoluzionaria giusta e legittima fosse la rivoluzione (lotta, resistenza, ribellione) non-violenta, da lui battezzata, con termine derivante dal sanscrito, “satyagraha” (“forza della verità”).
Il satyagraha per Grandhi era una forma attiva e radicale di lotta rivoluzionaria, da non confondersi con la “resistenza passiva”. Per lui i “satyagrahi”, cioè i militanti della rivoluzione non-violenta, dovevano essere dediti anima e corpo alla causa rivoluzionaria. Gandhi non predicava la non-violenza come forma di passività e rassegnazione all’ingiustizia, perché assoggettarsi vigliaccamente all’oppressione significa annientare la propria umanità: «Nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza». E ancora: «Nessun uomo può essere attivamente non-violento, e non ribellarsi contro l’ingiustizia, dovunque si verifichi». Gandhi inoltre insisteva spesso sulla distinzione tra la non-violenza del debole, che consiste nel subire passivamente e vigliaccamente l’oppressione o nell’opporsi a essa con la semplice “resistenza passiva”, e la non-violenza del forte. Quest’ultima è il satyagraha, l’attiva e coraggiosa ribellione all’ingiustizia, che una volta Gandhi definì come «l’equivalente morale della guerra». Nella sua lunga storia di leader rivoluzionario (prima in Sud Africa, poi in India) Gandhi ha teorizzato e sperimentato un’ampia varietà di tecniche di lotta rivoluzionaria non-violenta. Innanzitutto il boicottaggio non-violento; ad esempio: non acquistare liquori e tessuti stranieri, non iscrivere i figli alle scuole inglesi, non investire i propri risparmi in titoli di stato britannici, non accettare incarichi militari e civili o titoli onorifici dall’amministrazione coloniale britannica. Un'altra forma era il picchettaggio non violento. che consiste nel formare gruppi di militanti non-violenti davanti all’ingresso dei luoghi di lavoro o di quelli in cui si svolgono attività boicottate, per invitare le persone che si apprestano a entrarvi ad astenersi dal lavoro o a praticare il boicottaggio. Tra le altre forme ricordiamo lo sciopero non-violento, le marce i digiuni, cioè scioperi della fame o della sete (anche “fino alla morte"), ed infine, importantissima, la disobbedienza civile.
La disobbedienza civile consiste nel violare in modo pubblico leggi o comandi amministrativi ritenuti evidentemente e sommamente ingiusti, accettando però le punizioni previste dalla legislazione vigente per le violazioni commesse (il rifiuto della sanzione prevista non veniva considerato un atteggiamento non-violento). Esempi: non pagare le tasse, praticare l’obiezione di coscienza al servizio militare, violare con pubblicazioni, manifestazioni, scioperi e picchetti vietati le norme legislative o gli atti amministrativi che limitano illegittimamente la libertà di stampa, la libertà di manifestazione, la libertà di sciopero e la libertà di riunione. A volte gli atti di disobbedienza civile possono essere puramente simbolici come fu per l’estrazione del sale alla fine della Marcia del 1930. Per Gandhi la disobbedienza civile rappresentava, insieme al digiuno, la forma culminante di resistenza non-violenta; egli la definì “un diritto inalienabile di ogni cittadino”, e affermò che “rinunciare a questo diritto significa cessare di essere uomini”.
A proposito di questo bisogna ricordare come Gandhi trascorse, a causa degli arresti dovuti alle sue lotte politiche, utilizzando il principio della disobbedienza civile, un totale di 2338 giorni di detenzione tra Sudafrica e India.
Le strategie della resistenza ahimsa (non-violenta) o satyagraha erano giustificate da Gandhi sulla base di una concezione etico-religiosa in cui era centrale il concetto di ahimsa. “Ahimsa” è una parola del sanscrito tradotta con il termine “non-violenza” (“a” = “non”; “himsa” = “violenza”, “ingiuria”, “male”). Ahimsa vuol dire non usare violenza, ma anche non far del male, amare, quindi essere giusti nei confronti degli altri. Per Gandhi la ahimsa è l’atteggiamento etico che deriva dalle fede nella Verità (Satya), quella Verità che le religioni chiamano Dio. La fede nella Verità è il fondamento più solido della ricerca della ahimsa, cioè di una vita sociale improntata alla non-violenza, all’amore, alla giustizia. Il compito del satyagrahi, cioè del rivoluzionario non-violento, è proprio quello di combattere la himsa – la violenza, il male, l’ingiustizia – nella vita sociale e politica, per realizzare la Verità: «Il solo mezzo che abbiamo per realizzare la Verità nei rapporti umani è la pratica dell’ahimsa». Per questa ragione, il sottotitolo che Gandhi scelse per la sua autobiografia fu “The story of my experiments with Truth” (“La storia dei miei esperimenti con la verità”.)
Gandhi ha posto il concetto di non-violenza anche al centro della sua concezione del progresso umano. L’essere umano è sia animale sia spirito. Come animale l’essere umano basa il suo rapporto col mondo sulla trasformazione materiale dei corpi e dunque sull’uso della forza, sulla himsa; come spirito l’essere umano fonda le sue relazioni col mondo sulla comunicazione verbale e sulla persuasione razionale, dunque sulla ahimsa. Il progresso è umanizzazione dell’uomo, dunque graduale affermazione della sua identità specifica, del suo essere spirito. Il progresso è di conseguenza la graduale riduzione del tasso di violenza presente nei rapporti umani, e graduale affermazione della verità e della ahimsa, cioè della non-violenza, del bene, della giustizia, nella vita sociale e politica.
Se la giustizia è riduzione del tasso di violenza presente nella società, la lotta per la giustizia non può essere attuata con una resistenza violenta, che inevitabilmente porta ad un aumento – sia pure in via transitoria –del tasso di violenza insito nei rapporti umani. Il mezzo deve essere coerente con il fine; non si può adottare un mezzo che porta alla negazione del fine. Se il fine della lotta per la giustizia è la ahimsa, cioè la negazione della violenza nei rapporti umani, non lo si può realizzare facendo ricorso alla violenza. A questo proposito, in polemica con i bolscevichi, Gandhi scrisse: «Io non credo nelle vittorie ottenute in fretta, con la violenza. Gli amici bolscevichi che guardano con interesse al mio insegnamento devono comprendere che per quanto possa condividere e ammirare le aspirazioni e i sentimenti nobili, io sono inflessibilmente contrario ai metodi violenti, anche quando vengono posti al servizio della causa più nobile. […] L’esperienza infatti mi insegna che dalla falsità e dalla violenza non possono scaturire risultati positivi duraturi».
Ma qual è il mezzo con il quale l’uomo giusto può proporsi di affermare la Verità e dunque la ahimsa nei rapporti umani? L’unico mezzo possibile, secondo Gandhi, è la persuasione razionale di coloro che con i loro comportamenti violenti causano ingiustizia: «Bisogna convertire l’avversario ad aprire le sue orecchie alla voce della ragione». Persuadere, ma non costringere; convertire, ma non obbligare.
I mezzi della persuasione, per Gandhi, sono essenzialmente due: la discussione e la lotta non violenta. La discussione è il battersi contro un’ingiustizia sociale e politica, facendo per prima cosa appello alle autorità ingiuste e all’opinione pubblica, per tentare di aprire una discussione e convincere con argomenti razionali i responsabili ad abbandonare i loro comportamenti ingiusti. Invece la lotta non-violenta (satyagraha) è la dimostrazione pratica della Verità; essa dimostra la superiorità morale del ribelle, il suo essere dalla parte della verità. La prova di questa superiorità morale sta nella sua disposizione a soffrire e ad affrontare la morte in nome della Verità: «La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della non-violenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo».
L’ingiusto afferma i suoi interessi egoistici con la violenza, cioè procurando sofferenza ai suoi avversari e, nello stesso tempo, provvedendosi dei mezzi (le armi) per difendersi dalle sofferenze che i suoi avversari possono causargli. Il giusto, invece, dimostra, con la sua sfida non-violenta, che la verità è qualcosa che sta molto al di sopra del suo interesse individuale, qualcosa di talmente grande e importante da spingerlo a mettere da parte l’istintiva paura della sofferenza e della morte. Il combattente non-violento sfida l’ingiusto a mani nude, senza armi, e si espone alle sue rappresaglie, opponendo solo la forza della Verità. È la capacità di soffrire, senza offendere, senza imporre con la forza la propria volontà, senza infliggere sofferenza, senza distruggere o uccidere, e senza nemmeno difendersi, che rappresenta, secondo Gandhi, la più potente dimostrazione pratica della validità della causa del ribelle non-violento, il suo essere dalla parte della Verità: «La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è enormemente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l’avversario ed aprire le sue orecchie alla voce della ragione. … Quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L’appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell’uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della specie umana».
La differenza tra questi due metodi di affermazione della verità sta nel fatto che la discussione fa appello esclusivamente alla ragione dell’avversario attraverso la dimostrazione teorica della sua ingiustizia, mentre la lotta non-violenta fa appello anche al cuore dell’ingiusto, perché contiene una portentosa dimostrazione pratica della sua ingiustizia.
Da quanto detto derivano anche le virtù che Gandhi ascrive all’autentico satyagrahi, il combattente per la causa della Verità. Egli non deve essere mosso dall’ira e dall’odio per l’avversario, cioè per l’ingiusto: deve combattere l’ingiustizia, ma non l’ingiusto (“l’errore e non l’errante”, come diceva Papa Giovanni XXIII), e deve avere sempre fede nella possibilità che anche l’uomo più ingiusto si possa convertire alla causa della giustizia. Mitezza e amore sono dunque le due prime caratteristiche fondamentali dell’atteggiamento del satyagrahi. L’essenza del satyagraha, inoltre, è la disposizione a combattere a mani nude, ad affrontare volontariamente le sofferenze che possono derivare dalla lotta per la Verità. Il satyagrahi deve dunque essere coraggioso, molto più coraggioso dei guerrieri che affrontano il pericolo della battaglia senza rinunciare alla protezione delle loro armi. E non deve essere dominato dall’avidità di ricchezza o dalla passione per i piaceri corporei; l’eccessivo attaccamento ai beni materiali può infatti distoglierlo dalla sua battaglia per la giustizia. Coraggio, povertà e castità devono dunque essere tra le virtù del satyagrahi.
Nonostante il suo impegno non violento per la conquista dei diritti civili e dell'indipendenza, Gandhi non ricevette mai il Premio Nobel per la Pace, sebbene fosse stato nominato cinque volte tra il 1937 ed il 1948. Decenni dopo, comunque, l'omissione fu pubblicamente rimpianta dal comitato del premio Nobel. Quando Tengin Gyatzo, attuale Dalai Lama, fu premiato nel 1989, il presidente del comitato disse che questo premio era "in parte un tributo alla memoria del Mahatma Gandhi".
Il sito ufficiale del museo dell'associazione Nobel contiene un articolo (in inglese) su questo argomento, che potete leggere cliccando QUI.
Per quanto rigurda invece l' appellativo di Mahatma, che molti, tra cui il poeta Rabindranath Tagore, associarono a Gandhi, fu spesso confuso con il suo nome, mentre è un termine sanscrito di venerazione il cui significato letterale è "grande anima". La vasta accettazione del suo uso, al di fuori dall'India, in parte riflette le complessità, durante la vita di Gandhi, delle relazioni tra India e Gran Bretagna. In ogni caso, si tratta di un epiteto coerente con l'assai diffusa percezione di Gandhi come persona profondamente coinvolta nella non-violenza e nella sua fede religiosa.
La vita del Mahatma è stata anche fonte di ispirazione per il mondo dell'arte. La più famosa rappresentazione artistica della sua vita è il film Gandhi (1982), diretto da Richard Attenborough ed interpretato da Ben Kingsley (curiosamente, lui stesso per metà abitante del Gujarat) nel ruolo principale. Un altro film che parla dei 21 anni di vita di Gandhi in Sudafrica è The Making of the Mahatma diretto da Shyam Benegal ed interpretato da Rajat Kapur. Negli Stati Uniti, ci sono statue di Gandhi all'esterno del Ferry Building a San Francisco, in Union Square Park a New York City, e vicino all'ambasciata indiana nel distretto di Dupont Circle a Washington. Nel Regno Unito, ci sono molte statue importanti di Gandhi, in particolare nei giardini Tavistock a Londra e vicino all'University College of London dove studiò legge. Gandhi è inoltre il titolo di una canzone di Patti Smith tratta dall'album Gung Ho del 2000 e dedicata al movimento non violento indiano fondato dal Mahatma.
Sicuramente, nell' attuale e complessa situazione mondiale, dove l'odio e la guerra sono i due indiscussi protagonisti, gli insegnamenti del Mahatma sono ancora considerati come utopici e idealisti. Aveva ragione Albert Einstein quando, su di lui, disse: "Le generazioni a venire, forse, crederanno a fatica che un individuo come questo, in carne ed ossa, camminò su questa terra." Io concordo pienamente, non abbiamo (o non hanno - fate voi che leggete) ancora compreso che la convivenza quotidiana è fatta di piccole cose, semplici regole: basta aprire il cuore per poter vivere nel rispetto, in sintonia ed armonia con le culture diverse dalle nostre, e soprattutto, che la nostra vita, quella dell'umanità, vale molto di più di qualsiasi altro interesse politico; devono essere questi ultimi subordinati alla prima, non viceversa.
Dome-International
fonti sulla biografia e il pensiero:
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Teoria e pratica della non-violenza, M.K. Gandhi, a cura di Giuliano Pontara, 1996, Einaudi
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Una forza che dà vita. Ricominciare con Gandhi in un'età di terrorismi, di Fulvio Cesare Manara, Unicopli, Milano 2006. 1月25日 Buongiorno ragazzi, come ben saprete il 27 gennaio si celebra la 60a Giornata del Ricordo per le vittime delle stragi nazifasciste durante la Seconda Guerra Mondiale.
Stavolta ho deciso che non sarò io a commentare quei tragici avvenimenti che costarono la vita a oltre 7 milioni di ebrei. Lascerò che sia una poesia a farlo, una poesia scritta da un bambino, e lascerò che riflettiate sul valore e l'importanza della vita, così come quel bambino fece prima di veder svanire i suoi sogni e le sue ambizioni quando venne internato nel ghetto di Terenzin, e quando poi a soli 14 anni morì ad Auschwitz.
Chi si aggrappa al nido non sa che cos'è il mondo, non sa quello che tutti gli uccelli sanno e non sa perchè voglio cantare il creato e la sua bellezza.
Quando all'alba il raggio del sole illumina la terra e l'erba scintilla di perle dorate, quando l'aurora scompare e i merli fischiano tra le siepi, allora capisco com'è bello vivere.
Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza quando cammini tra la natura per intrecciare ghirlande con i tuoi ricordi: anche se le lacrime ti cadono lungo la strada, vedrai che è bello vivere.
La poesia è stata ripresa dal blog "Armonie di forme e di pensieri" di Claudia Sitara, che vi invito a visitare cliccando sul nome evidenziato. Ringrazio nuovamente Claudia e vi do appuntamento al mio prossimo intervento.
Dome-International 1月19日
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con risoluzione GA/10592, ha proclamato il 2008 Anno Internazionale delle Lingue. L'iniziativa, che si svolgerà sotto il patrocinio dell'UNESCO, ha lo scopo di preservare la diversità delle lingue e delle culture a livello mondiale.
Attualmente nel mondo si parlano più di 7.000 lingue, ma si stima che nel giro di qualche generazione, oltre il 50% di esse potrebbe estinguersi, soppiantato dalle lingue che la globalizzazione impone.
L'iniziativa è finalizzata a far capire come il multilinguismo, oggi più che mai, rappresenta il mezzo attraverso il quale è possibile conservare la propria identità etnica e nazionale, e, sopratutto, il canale per attuare azioni congiunte nell'interesse di tutti i Popoli del pianeta
Il motto di questa iniziativa è: "Uniti nella Diversità".
Le lingue costituiscono infatti un fattore strategico di progresso verso uno sviluppo sostenibile e un rapporto armonioso tra contesto "globale" e "locale".
" [...] Esse sono di fondamentale importanza per raggiungere gli obiettivi del programma Education for All (EFA), e gli obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM). In particolare, le lingue locali, svolgono un ruolo strategico per l'eradicazione della povertà estrema e la fame, sostengono l'alfabetizzazione, il raggiungimento dell'istruzione primaria universale, la lotta contro l'HIV/AIDS, la malaria, nonchè, infine, la salvaguardia delle tradizioni locali e indigene. Inoltre, la diversità culturale è strettamente legata alla diversità linguistica, come indicato nella Dichiarazione universale dell'UNESCO sulla diversità culturale e il suo piano d'azione (2001), la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e la Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005). L' UNESCO, pertanto, invita i governi, le organizzazioni delle Nazioni Unite, le organizzazioni della società civile, le istituzioni educative, le associazioni professionali e di tutte le altre parti interessate a migliorare ed incrementare le proprie attività volte a promuovere il rispetto, la promozione e la protezione di tutte le lingue, in particolare per le lingue in pericolo, in tutti i singoli e collettivi contesti." (Koïchiro Matsuura, Direttore Generale UNESCO).
Per concludere, anche l'Assemblea Generale, in fase di approvazione, ha sottolineato l'importanza della parità tra le 6 lingue ufficiali dell'Organizzazione (Arabo, Cinese, Inglese, Francese, Russo e Spagnolo), facendo notare come esse siano indispensabili e fondamentali per una maggiore penetrazione e capillarità delle azioni dell'Organizzazione stessa.
L'Assemblea ha inoltre chiesto al Segretariato Generale, la traduzione di tutti i vecchi documenti che compaiono su internet solo in lingua inglese, nelle altre lingue ufficiali, e di eliminare definitivamente nell'ambito dell'Organizzazione la disparità fra l'inglese e le altre lingue ufficiali.
Dome - International
Per ulteriori approfondimenti ed informazioni sulle iniziative:
-----> UNESCO International Year of Languages site
1月5日
Basta ragazzi, non ne posso più! Oggi sento il dovere di deviare le trattazioni consuetudinarie del mio space. Ho una rabbia addosso.... ci troviamo per l'ennesima volta di fronte al caso di chi ha intenzione di speculare sulle disgrazie degli altri, di chi costruisce una posizione mediatica ad un criminale e lucra su essa, davvero vergognoso!
Mi ero già occupato del caso Ahmetovic, del suo fido agente Sundas e della loro bella linea di abbigliamento. Oggi, invece, apprendo dal sito dell' Agenzia Giornalistica Italiana che, in merito alla richiesta di arresti domiciliari che il legale di Marzouk avanzerà la prossima settimana al giudice, ben 150 famiglie hanno chiesto, sempre al suo legale, di poter ospitare Azouz se arresti domiciliari saranno concessi.
Bene, io dico: benvengano gli arresti domiciliari se questi sono un suo diritto (non voglio entrare qui nel merito delle indagini o delle colpe del Marzouk), ma che chi commette reato possa scontare la pena con una famiglia e con essa sfruttare al meglio la già consolidata posizione mediatica a fini di lucro (come già fece a suo tempo Marco Fabiani proprietario del residence che ospitò Ahmetovic fino a qualche settimana fa).....mi sembra davvero eccessivo! E poi, visto che la coppia favorita x l'accredito, ha anche due figli, mi chiedo: ma che esempio può dare ai propri figli un genitore che ospita in casa un trafficante di droga in regime di arresti domiciliari?
Così facendo si umilia l'intero Popolo Italiano perchè si sminuisce un grave reato e si esalta chi lo ha commesso. Ci manca solo che qualcuno dica (se non lo ha già detto) "...ma si ha solo gestito lo stock di qualche partita di coca, non ha ucciso nessuno"........possibile che si debba aspettare il morto per avere la certezza che chi commette un reato sconti la pena in galera?
Prendete atto che in Italia la c.d. "apologia di reato", ovvero l'atteggiamento che consiste proprio nell'emulare, esaltare o, minimizzare un fatto criminoso è perseguibile penalmente. Si, perchè chi ospita il reo, altro non fa che minimizzare il reato commesso ed agli occhi della gente esso non viene più considerato tale. Tuttavia nessuno applica tale prncipio, nesuno interviene per porre fine a questa vergogna.
A questo punto, visto che siamo nel Paese dove il criminale può non scontare la pena in carcere, chiunque può minimizzare, esaltare o addirittura lucrare su un delitto e dove i giudici infine seguono la politica del laissez faire, saremo tutti d'accordo su ciò che diceva Richelieu, " Fare una legge e non farla rispettare equivale ad autorizzare la cosa che si vuole proibire " .....tuttavia mi sorge ancora una domanda... ma in Italia le leggi servono ad autorizzare l'illecito?
Mi limito a riportare qui l'articolo che ho letto questo pomerigio, non sono più in vena di continuare la mia disquisizione, ma voi commentate numerosi!
(AGI) Arresto Azouz, 150 famiglie si offrono per ospitarlo ai domiciliari
Como, 4 gen. - Oltre 150 famiglie in 'gara' per ospitare agli arresti domiciliari Azouz Marzouk, il vedovo della strage di Erba (Como) finito in carcere ad inizio dicembre con l'accusa di aver fatto parte di un sodalizio a 'conduzione famigliare' dedito al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Tante, almeno secondo quanto fa sapere il suo avvocato Roberto Tropenscovino, quelle che si sono fatte avanti in queste settimane dopo l'appello lanciato dallo stesso legale lecchese. La scelta, alla fine, e' caduta su una famiglia di quattro persone residente in provincia di Lecco e buona conoscente dell'avvocato. Si tratta di una coppia con due figli, una ragazza che lavora e il maschio che va ancora a scuola. ''Si tratta di una famiglia - fa sapere Tropenscovino - al di sopra di qualsiasi sospetto. Senza macchie giudiziarie e lontana dai luoghi a suo tempo frequentati dal mio assistito''. Altri dettagli sulla famiglia non ne fornisce. Spiega pero' che in queste settimane ha ricevuto decine e decine di mail, di telefonate di lettere da tutta Italia. ''Ho dovuto fare una attenta selezione e alla fine la scelta e' caduta su una famiglia di mia conoscenza e della quale ho massima fiducia''. Sempre secondo quanto riferisce l'avvocato ''molte delle persone che mi hanno contattato, hanno motivato la loro disponibilita' con il fatto che vivono sole e che con Azouz avrebbero potuto condividere la propria solitudine''. In particolare quella prescelta avrebbe spiegato che ''in famiglia discutiamo su tutto e Azouz potrebbe integrarsi alle nostre abitudini e stili di vita arricchendo in qualche modo anche il dibattito sull'integrazione sociale. Ospitandolo potremmo dargli l'opportunita' di aiutarlo e ci sentiremmo utili a qualcosa''. Ora tocca al Giudice preliminare del Tribunale di Como, Luciano Storaci, decidere. Tropenscovino, comunque, non presentera' istanza fino a luned' prossimo. Che Azouz possa ottenere cosi' facilmente gli arresti domiciliari, comunque, non e' cosa tanto scontata anche perche' il Sostituto Massimo Astori, titolare dell'inchiesta sullo spaccio dei 'tunisini di Merone' e, ironia del caso, depositario anche del fascicolo d'inchiesta sulla strage di Erba, ha ottenuto una proroga delle indagini, condotte dalla Guardia di Finanza di Erba, di altri due mesi. (AGI)
Invito il lettore del mio space a spersonalizzare l'intervento. Ho qui fatto riferimento a due vicende che solo per pura coincidenza hanno come protagonisti due stranieri, anzi, Marzouk è a tutti gli effetti italiano. Preciso inoltre che commenti non ponderati verranno immediatamente segnalati come abusi al server e cancellati.
Dome International 1月2日
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Il Kenya, secondo Paese politicamente più stabile di tutta l'Africa nera nonchè ambita meta turistica per le meraviglie naturali che il suo paesagio, in alcuni angoli ancora incontaminato offre, è sprofondato nell'ultima settimana, in una grave crisi politica. Nonostante un tentativo di colpo di stato nel 1982, e nonostante gli oltre vent'anni trascorsi sotto la dittatura di Daniel Arap Moi, dal 1963, anno della sua indipendenza, il Kenya non ha mai conosciuto una crisi politica di tali dimensioni, crisi che rischia seriamente di far precipitare il Paese nel caos.
Per capire i veri motivi di questa crisi bisogna andare a ritroso nella storia del Paese. Gli oltre 34 milioni di persone che popolano il Kenya sono suddivisi in più di settanta etnie. [...] Attualmente l’etnia più numerosa è rappresentata dal gruppo dei Kikuyu (21% della popolazione); altri gruppi relativamente numerosi sono i Luhya (14%), i Luo (13%), i kamba (11%), e i Kalenjin (11%) [...].
I mau mau, i guerriglieri che hanno portato il Paese all'indipendenza, facevano parte dell'etnia Kikuyu, ed erano guidati da Jomo Kenyatta leader del KANU, (Kenya African National Union), che di seguito divenne Presidente, assistito dal suo fidato collaboratore, appartenente all'etnia Luo, Jaramogi Oginga Odinga nominato poi Vicepresidente. Ma Kenyatta commette l'errore comune a tanti leader africani. Tratta con un occhio di riguardo gli appartenenti al suo gruppo, cui, ad esempio, vengono assegnate le terre più fertili e produttive nel processo di africanizzazione delle grandi aziende agricole che appartenevano ai bianchi. Gli amici di Kenyatta diventano in pochi anni l'elite politica ed economica del Paese. I Luo si sentono emarginati e cercano di reagire, nel 1966 Oginga Odinga si stacca dal Kanu e forma il KPU, Kenya People Union, un piccolo partito di opposizione. La rottura definitiva tra kikuyu e luo avviene nel 1969 quando Tom M'boya viene assassinato da un attivista kikuyu, il Kpu messo fuori legge e i suoi leader, compreso Oginga Odinga, arrestati.
Con la morte di Kenyatta nel 1978, il potere passò nelle mani di Daniel Arap Moi che per rafforzare il potere del KANU instaura il regime dittatoriale. Comincia la deriva del Kenya. La corruzione diventa rampante e fanno carriera affaristi senza scrupoli che sfruttano le loro posizioni politiche. È in questo contesto che emerge Mwai Kibaki, una volta primo ministro di Moi e poi finito in galera. Kibaki chiama a raccolta la parte di kikuyu rimasta emarginata dai regimi di Kenyatta e di Moi e riesce a formare un nuovo partito dell'opposizione, la Coalizione Nazionale Arcobaleno. Un ruolo importante viene affidato a Raila Odinga, figlio di Jaramogi Oginga. Nel 2002 l'aggregazione di gruppi politici e tribali vince trionfalmente le elezioni in nome di una lotta alla corruzione dominante e porta Kibaki alla presidenza. Ma Kibaki non mantiene le sue promesse perché riesce a creare una rete di corruzione ancora più attiva di quella di Moi. I suoi uomini più vicini fanno affari compromettenti e lucrosi. Mentre il Paese sprofonda nella povertà. Così i Luo e tutte le altre etnie del Paese formano un'alleanza per sostenere Raila Odinga fondando il Movimento Democratico per presentarsi alle nuove presidenziali.
La fase iniziale degli scrutini finali della scorsa settimana, vedeva i Luo e i loro alleati in testa rispetto la lista del Presidente uscente, ma improvvisamente gli osservatori europei vennero allontanati dai seggi ed il numero dei voti a favore di Kibaki cominciò a crescere. Il verdetto della commissione elettorale è stato frettoloso per permettere un rapidissimo giuramento davanti ai giudici della corte suprema: Kibaki 4.584.721 voti, Odinga 4.352.993. A questo punto scoppia la rabbia dei Luo che si sentono ancora una volta defraudati dai kikuyu e la loro protesta non tarda a farsi sentire.
Come già avrete intuito, antiche rivalità ancestrali sono da sempre le protagoniste della corsa al potere in Kenya, uno dei motivi di questa crisi. Rivalità che sfociano nella lotta armata, nella violenza e, come gia successo in altri paesi, in genocidio. Dal giorno della rielezione di Kibaki è difficile camminare per le strade delle città keniane: i membri delle fazioni più agguerrite dei due schieramenti politici, armati di machete e kalshnikov, fanno razzie nei villaggi rivali, violentando, uccidendo. Ed anche la polizia fa la sua parte. Si contano indicativamente, dopo solo una settimana di scontri, oltre 300 morti e 70.000 sfollati (dati C.R.I.).
Siamo in regime di pulizia etnica, e, non importa se l'arteficie sia Odinga o Kibaki (visto lo scambio di reciproche accuse lanciato attraverso i media internazionali); ciò che importa è che a morire sono centinaia di povere persone - tra cui molti bambini - che abitavano i sobborghi più degradati delle città; ciò che importa è che entrambi i candidati trovino immediatamente un accordo per porre fine a questa pulizia etnica prima che sfoci in vero e proprio genocidio, come già accaduto in passato ed accade ancora in altri stati africani: basti pensare alla lotta per il potere fra Tutsi e Hutu nel 1994 in Rwanda che costò la vita ad oltre un milione di persone; agli attuali conflitti etnici in Nigeria e Costa d'Avorio ed infine ai sempre attuali conflitti etnici ma già sfociati da anni in guerra civile in Somalia, Sudan e Uganda.
Ma ciò che conta davvero di più è che la comunità internazionale non resti ancora una volta a guardare, che non resti di nuovo impotente di fronte alla violazione delle norme di "jus cogens" del diritto internazionale, che intervenga da mediatore fra Kibaki e Odinga affinchè venga scongiurato il peggio.
Dome_International | 12月31日
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A tutte le persone del mondo, un grande augurio per un 2008 all'insegna di gioia, serenità, felicità ed un auspicio affinchè questo nuovo anno veda tutti i nostri sogni realizzarsi.
Dome-International
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12月28日
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Ieri pomerigio, facendo zapping, ho appreso da un'edizione speciale del TG, la notizia della morte di Benazir Bhutto a Rawalpindi in Pakistan.
Imposibile esprimere il mio stato d'animo, soprattutto in queste giornate di festa, giornate che dovrebbero rievocare speranza, pace mentre ancora una volta si sente parlare di tragici attentati; attentati, come in questo caso, non solo alla vita delle persone, ma anche alla democrazia, alla vita dei popoli, all'umanità.
Per chi non la conoscesse, Benazir Bhutto è stata la prima donna alla guida di un paese musulmano; era (permettetemi) "La" leader del Partito Popolare Pachistano (PPP) con il quale già due volte aveva vinto le elezioni, per ben due volte è stata esiliata, ed infine, nonostante ciò, determinata a ricandidarsi per le presidenziali di Gennaio.
I Bhutto, come i Ghandi in India ed i Kennedy in USA, sono una delle grandi dinastie politiche del mondo. E forse proprio come ogni altra grande dinastia, il suo destino era già scritto da qualche parte. Si, perchè anche suo padre, Zulfiqar Ali Bhutto, aveva guidato il Pachistan e come lei anch'egli venne ucciso. Zulfiqar venne infatti deposto con il colpo di stato del 1977 da parte del generale Muhammad Zia-ul-Haq e giustiziato per impiccagione nel 1979.
Benazir era tornata in Pachistan lo scorso 18 ottobre, dopo aver trascorso quasi otto anni di esilio a Londra e, proprio il giorno del suo rientro aveva subito un attentato dal quale miracolosamente ne uscì illesa. Nella sua prima comparsa davanti al suo popolo aveva dichiarato:
“Torno per cambiare questo Paese, per favorire la riconciliazione dei valori dell’islam affinché l’islam moderato e moderno emargini gli estremisti religiosi, riporti i militari dalla politica nelle loro caserme, tratti tutti i cittadini e specialmente le donne con parità e pienezza di diritti”.
Lotta al terrorismo, ritorno al regime democratico, ripresa dei valori dell'islam moderato e maggiore emancipazione delle donne erano i suoi obiettivi, i suoi sogni. I sogni della donna più forte del mondo; i sogni della prima donna che ha osato "sfidare" i princìpi rigidi della religione di un Paese maschilista e patriarcale; i sogni di una donna che a 54 anni aveva ancora molti progetti per il suo avvenire e quello del suo popolo. Stamattina l'ultimo saluto.
Nell'anno più caldo e delicato in sessant'anni di storia del Pakistan, mi auspico che l'addio a Benazir non sia anche l' addio alla democrazia per il popolo pachistano; che la sua morte non sia anche la fine della lotta al terrorismo, che non contribuisca ad aumentare le tensioni politiche e diplomatiche; ed infine, quello che più spero è che la sua vita, le sue gesta, il suo coraggio, la sua determinazione siano da stereotipo per tutte le donne musulmane, affinchè anch'esse possano prendere coscienza e rivendicare i propri diritti.
Dome_International
Per saperne di più fai click sui nomi colorati e sottolineati x accedere ai contenuti di Wikipedia. | 12月23日
 

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Auguri di un lieto e felice Natale a tutti voi!
Dome-International |
| 12月17日
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17 Dicenbre 2007 ore 14.15: sono a tavola, pranzo con la mia famiglia e vedo le notizie del TG scorrere. Fra le ultime sulla politica interna, gli aggiornamenti meteo ed il gossip c'è anche lo spazio per un triste servizio che ricorda quanto continua ad accadere in un'altra parte del mondo.
Si parla del Messico, della sua quarta città, Ciudad Juàrez al confine con gli USA, famosa negli anni sessanta per essere stato il luogo in cui la Loren e Carlo Ponti risolsero la loro crisi coniugale.
Famosa anche perchè col trattato nordamericano di libero scambio (NAFTA) è stato in parte possibile portare lavoro sul territorio messicano e arginare il fenomeno dell'immigrazione clandestina verso gli USA.
Negli anni seguenti si sono stabilite infatti molte maquiladoras (imprese che assemblano ed esportano per le grosse multinazionali) e molte persone, soprattutto donne, si sono trasferite dalle altre città messicane e da altri Paesi dell'America Latina alla ricerca disperata di un'occupazione. Ma, soprattutto, negli anni seguenti, e ancora adesso che scrivo questo post, Ciudad Juarez si è trasformata per queste donne nella città della morte e chi ha visto il film "Bordertown" con Jennifer Lopez, uscito nelle sale lo scorso febbraio, saprà già cosa sto per introdurre.
Nei dintorni della città finora sono stati ritrovati oltre 450 cadaveri di donne fra i 15 ed i 25 anni che prima di essere ammazzate hanno subito sevizie, violenze sessuali, e quant'altro di disgustoso e abominevole si può intuire. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile e in alcuni casi il corpo bruciato e mutilato. Molte tra le queste ragazze erano arrivate a Ciudad Juarez con la speranza di essere assunte come operaie, con la speranza di guadagnare per dieci ore di lavoro quei 4 $ USA al giorno che sembravano comunque meglio della povertà e dell’isolamento in cui vivevano nei loro villaggi.
Non c'è ancora un perchè preciso dietro queste morti: c'è chi sostiene la pista del traffico d'organi, chi riconduce il tutto all'arretratezza culturala della popolazione locale, chi sostiene la pista dello sfruttamento della prostituzione e chi infine riconduce addirittura tutto ciò all'operato di un serial killer! Una cosa è però certa: tutto questo avviene nella più totale indifferenza delle istituzioni e delle autorità locali.
Le maquiladoras malgrado tutti i vantaggi derivanti dal trattato (fiscali, infrastrutture moderne e gratuite, salari bassi) non partecipano in nessun modo allo sviluppo della città, tanto che il 20% della popolazione non ha ancora un accesso diretto all’acqua potabile.
Attraverso Ciudad Juárez transita l’80% della cocaina proveniente dalla Colombia e destinata al mercato americano e in cui più di 500 bande di strada si dedicano ad attività criminali di ogni genere, spesso imponendo lo stupro e l'omicidio di una giovane ragazza come rito di iniziazione ai nuovi membri del gruppo. In questa città, in cui il predominio maschile caratterizza ogni livello dell’organizzazione sociale, la violenza verso le donne si esprime tanto nell’ambiente domestico quanto in quello lavorativo, creando un facile contesto per gli assassini che possono contare sull’indifferenza assoluta della Polizia locale. Così, omicidio dopo omicidio Ciudad Juárez è diventato per le donne il luogo più pericoloso del mondo, soprattutto da quando, a partire dal 2001, con il moltiplicarsi delle inchieste di organismi internazionali i corpi delle vittime violentate e strangolate hanno cominciato a scomparire nel nulla.
Polizia, magistratura, governo locale e federale minimizzano il numero di omicidi. Il governo messicano stima il numero delle possibili vittime in un massimo di 800 ma secondo l'osservatorio ONU e le ONG che operano sul campo, il numero delle vittime potrebbe essere compreso fra le 2000 e le 3000 donne!
Ecco cosa sono le "croci rosa": sono una distesa di croci che invadono i cimiteri, sono le croci che portano il nome delle vittime ritrovate finora, sono giovani vite spezzate, sono le croci che portano le mamme nella battaglia per la verità, sono le croci che non ci sono per i cadaveri non ancora recuperati, sono le croci che pesano su chi può ma non vuol fare qualcosa.
Mi chiedo: può un trattato internazionale che si prodiga per lo sviluppo di un Paese, calpestare al contempo la dignità di una persona? Può un governo restare immobile di fronte la morte di così tante giovani vittime? Può un governo infischiarsene dell'opinione pubblica mondiale? Come si può stuprare ed uccidere una donna che insegue la speranza di una vita miglore? Come possiamo noi esseri umani arrivare a essere tanto crudeli ed efferati? Quando, soprattutto, riusciremo a prendere coscienza delle nostre responsabilità e ripartire per un mondo migliore?
Dome_International
| 12月14日
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A distanza di due anni dalla bocciatura della Costituzione europea nei referendum di Francia e Olanda, e dopo una parentesi di stallo in fase di negoziati, finalmente Giovedì 13 Dicembre, i leader dei “Ventisette” hanno firmato il nuovo Trattato istituzionale dell’UE.
Redatto dalla Conferenza intergovernativa nel summit del 18 ottobre nella capitale portoghese, il nuovo Trattato di Lisbona dovrà essere ratificato definitivamente dai singoli parlamenti nazionali, tranne in Irlanda dove si terrà un referendum, per poi entrare in vigore nel 2009, in coincidenza con le elezioni del Parlamento europeo e la nomina del nuovo esecutivo comunitario.
Questo nuovo trattato non va a sostituire i precedenti, bensì li integra
Fra le le novità vi sono le nuove figure del Presidente del Consiglio europeo, eletto per due anni e mezzo (attualmente il Pres. del Consiglio è, per rotazione semestrale, un capo di Stato o di Governo di un Paese membro), e dell’Alto rappresentate dell’Unione per la politica estera e di sicurezza comune, con il doppio ruolo di vicepresidente della Commissione europea. La nuova figura, sostituisce il commissario Ue per le Relazioni esterne, e dà ai Paesi membri un’unica linea guida in materia di relazioni internazionali e diplomatiche. Viene anche esteso il voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio in molte materie, per superare il potere di veto di ogni singolo Stato membro, anche su materie giudiziarie e di polizia, anche se Gran Bretagna e Irlanda hanno ottenuto la possibilità di non applicare le decisioni europee in questi settori. Maggiori poteri di controllo e decisionali sono previsti anche per il Parlamento.
Parte integrante del nuovo trattato sono infine le libertà e i principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che diventano finalmente vincolanti.
Che dire di tutto ciò? Roba da far sognare i “padri fondatori”! Schumann, Adenauer, Churchill, De Gasperi, Hallstein, Spaak, Monnet e Spinelli sarebbero fieri dei loro successori che con la stessa tenacia e lo stesso coraggio inseguono il sogno di un’ Europa unita: sotto un unico governo in un unico popolo.
Dome_International
Per saoerne di più:
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| 12月12日
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Quest'oggi ho deciso di deviare leggermente le trattazioni abitudinali del mio blog. Ho deciso di occuparmi anche di filisofia ricollegandola sempre allo scenario politico internazionale, in particolare alla crisi di identità della diplomazia.
Riprendo il dualismo della battuta "To be or not to be" che introduce il monologo del principe Amleto; ma la riprendo non nel suo significato originale, essere=vivere non essere=morire, bensì nel significato di essere = agire non essere = non agire, o più semplicemente prendere o non prender una posizione o una decisione.
Vorrei anzitutto introdurre l'uso del concetto filosofico di "essere".
Possiamo definire l'essere, sinteticamente, tutto ciò che può essere oggetto dei nostri sensi, del nostro pensiero e delle nostre azioni; è fictio mentis. Essere è dunque tutto ciò che percepiamo emotivamente; è il nostro carattere, le nostre abitudini. Viene principalmente usato con tre significati:
1. Esistenza: per esprimere che una certa cosa esiste; ad esempio, "noi siamo",
2. Identità: l'appartenenza di un qualcosa o di un qualcuno ad un ceppo, ad una etnia, ad una classe sociale, ad una famiglia, ad esempio "i francesi sono gli abitanti della Francia".
3. Predicazione: per esprimere una proprietà di un certo oggetto; ad esempio "la mela è rossa".
Ma è ai primi 2 concetti che vorrei appogiarmi. E' proprio sulla base dei concetti di esistenza e di identità che noi svolgiamo quotidianamente le nostre azioni. E' al concetto di identità che ci riferiamo quando diciamo chi siamo. E' a questo concetto che ci rapportiamo quando pensiamo a ciò che vogliamo, o che vorremmo che fosse.
Ma, ahimé......this is the question: più passa il tempo più il concetto di identità si disperde; più si disperde il concetto di identità più non sappiamo cosa vogliamo; più non sappiamo cosa vogliamo meno siamo in grado di prendere decisioni.
E sta qui il problema! Il non essere in grado di prendere le giuste decisioni in un contesto globale, che ci vuole sempre più interdipendenti, porta inesorabilmente al caos. Questo è gia realtà, realtà per ora circoscritta a particolari aree "calde" del mondo: mi riferisco nello specifico al caso del Kosovo, del Libano ed al caso della crisi arabo-palestinese, alla crisi nucleare iraniana, ecc. Crisi che perdurano da tempo, crisi intrappolate in processi open-ended, a cui la diplomazia internazionale non riesce a porre rimedio.
Potremmo quindi epilogare che la diplomazia attuale "non è": guarda impotente alle crisi dell' umanità, è impossibilitata a prendere una decisione definitiva e giusta per tutti, dunque non è capace di agire. Questo proprio a causa di una crisi collettiva di identità che impedisce la pianificazione degli obiettivi per il futuro dell'umanità.
La diplomazia potrà "essere" solo quando saprà dare certezze.
Ma tutto ciò passa attraverso il singolo individuo: dunque la diplomazia "sarà" solo quando il singolo comincerà ad essere, quando comincerà a prendere coscienza di quella "identità" che lo guiderà nella scelta degli obiettivi e delle decsioni: identità che inevitalbimente chiameremo "identità globale".
Dome-international | 12月10日 Proprio oggi che ricorre l'anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani, e proprio in questi giorni in cui il Dalai Lama è in visita (non ufficiale) nel nostro Paese, mi sembra giusto dedicare questo post e spendere due parole in favore della causa Tibetana e della sua guida spirituale.
Il Dalai Lama, per chi non lo conscesse, [...] è la massima autorità spirituale della scuola Gelug del Buddhismo Tibetano ed è il capo del governo tibetano in esilio. La parola "lama" significa maestro spirituale. Il titolo onorifico di Dalai (Tibetano Tale'i: oceano) fu attribuito dal capo mongolo Altan Khan a Sonam Gyatso nel XVI secolo. Quest'ultimo era abate del monastero di Drepung (presso Lhasa) e figura influente della scuola buddista tibetana Gelugpa. "Dalai Lama" sarebbe dunque traducibile come "Maestro-oceanico", o "Oceano di saggezza"[...]. L'attuale Dalai Lama è Tenzin Gyatso, Premio Nobel per la pace nel 1989 per la resistenza non violenta contro la Cina, nato nel 1935 e residente in esilio in India dal 1959 in seguito all'occupazione cinese del Tibet del 1949 - 1951. Come già accennavo egli è anche il capo del Governo tibetano, che ha sede dal 1959 a Masūrī in India, in quanto a seguito dell'occupazione cinese del Tibet, venne dichiarato illegale da parte della Repubblica popolare cinese e costretto all'esilio. E' dal 1950, dall'invasione cinese, che il popolo tibetano sta subendo un vero e proprio genocidio: non esistono diritti civili, chi viene trovato con la foto del Dalai Lama e' condannato a morte, chi lo nomina viene torturato, messo in carcere e quando esce dal carcere solitamente muore in circostanze misteriose prima di arrivare a casa. E tutto questo perchè all'epoca il governo cinese e l'asse orientale ritennero opportuno l'installazione di una serie di basi missilistiche che tutt'oggi vengono mantenute nonostante la guerra fredda sia finita da un pezzo!! Il popolo tibetano è un popolo pacifico in conformità con i propri principi religiosi. E' un popolo pacifico che subisce il pugno di ferro della Cina e l'indifferenza del mondo sorridendo e soffrendo in silenzio. E' per questo che da cinquant'anni il governo tibetano in esilio, o meglio l' Amministrazione centrale tibetana (CTA), si batte per chiedere l'indipendenza e l'autonomia del proprio Paese. Sono quasi cinquant'anni che il Dalai Lama porta avanti le sue lotte per difendere il diritto all'autodeterminazione del popolo tibetano, principio di jus cogens di diritto internazionale. Ma Pechino non sente ragioni e minaccia, punisce e ricatta, e non solo gli stessi tibetani, ma anche i Paesi che osano tendergli la mano. Ed è questo il fatto più increscioso. il fatto più increscioso è che l'intera comunità internazionale cede al diktat cinese. Basti pensare al fatto che l'Amministrazione centrale tibetana, in qualità di governo in esilio ed in qualità di movimento per l'autonomia nazionale, godrebbe secondo il diritto internazionale di una serie di prerogative di cui ancora non dispone, come un seggio da osservatore presso le Nazioni Unite, ed il diritto dei suoi dirigenti o rappresentanti ad essere ricevuti in forma ufficiale dagli altri Paesi. Basta poi osservare cosa sta avvenendo in questi giorni qui da noi, con l'ambasciatore cinese, Dong Jinyi, che protesta formalmente al governo esprimendo tutta l'irritazione del popolo cinese per le iniziative torinesi. Già, perchè il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, conferirà la prossima domenica (16 dicembre) la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, sfidando il diktat cinese. Ed infine basti pensare al caso di Berlino, dove il ricevimento ufficiale del Dalai Lama ha causato la cancellazione di un appalto tedesco in cina con la conseguente perdita della Germania di qualche decina di miliardi di euro!!
A mio avviso bisognerebbe essere, in questi casi, tutti dei Merkel o dei Chiamparino. Bisognerebbe non cedere ai ricatti, mettere in risalto, ricordarsi e far ricordare che ancora oggi, in qualche angolo nel mondo esistono schiavitù e sofferenza. Solo così, un giorno, saremo i veri titolari dei nostri diritti. Dome_International 12月8日   Sono passati quasi sessant'anni da quel 10 dicembre 1948 quando in seno all'Assemblea generale delle Nazioni Unite venne adottata la c.d. Dichiarazione Universale dei diritti Umani. 30 Articoli. 30 semplici articoli che non rappresentano valori altissimi da contemplare, bensì schietti principi che garantiscono la tutela dei diritti sociali, culturali, civili, politici, economici, ed alle pari opportunità di ciascun individuo. Di ciascuno di noi. I diritti umani sono indivisibili, interconnessi ed interdipendenti  Essi sono il nome dei bisogni umani vitali, materiali e spirituali e come tali costituiscono un insieme di obiettivi concreti che devono guidare la politica a tutti i livelli, dalla politica locale a quella internazionale, dalle nostre case fino all' ONU. Tali diritti costituiscono il nucleo centrale della legalità in un mondo alla ricerca affannosa di una governabilità sostenibile. La legittimazione dell’agire delle classi governanti si gioca sul terreno della loro coerenza con il paradigma dei diritti umani. Come Nelson Mandela afferma, [...] abbiamo dunque la responsabilità sociale di sviluppare una nuova cultura politica basata sui diritti umani. Insieme abbiamo il dovere di denunciare e contrastare le grandi e piccole violazioni dei diritti umani richiamando le istituzioni e i governi a rispettare i loro impegni e responsabilità. Dopo aver a lungo affermato che “un altro mondo è possibile” è venuto il tempo di progettare una nuova e fortemente incisiva presenza della società civile internazionale all’insegna del motto “Tutti i diritti umani per tutti”. [...] Ecco perchè credo che in giornate particolari come queste l'attenzione non può non essere rivolta agli individui ed alle popolazioni che adesso, in questo istante, continuano a subire perpetrate violazioni di tali principi; nonchè a tutti gli individui e popoli che di recente ed in passato (anche prima dell'adozione di tale Dichiarazione) sono stati oggetto di violenze, torture, genocidi, migrazioni forzate, ecc., ecc., ecc. Mi riferisco in scala macroscopica ai popoli del Darfur, del Sudan, della Birmania che vedono quotidianamente calpestati tali diritti, che quotidianamente vedono i propri familialiari, i parenti, i propri vicini di casa, gli amici essere arrestati, torturati, mutilati e magari uccisi; mi riferisco a quei popoli dei cinque continenti che quotidianamente vivono il terrore della guerra (anche la pace è un diritto universale dei popoli e degli individui), ai bambini che muoiono per denutrizione, alle centinaia di persone che nel sfuggire a tutto ciò intraprendono viaggi che qualcuno chiama "della speranza" alla ricerca di un lavoro, di una casa e di una vita migliore e che spesso sono costretti ad indebitarsi o a ridursi in schiavitù per ripagare il debito alle organizzazioni criminose che organizzano tali viaggi della speranza e per dimostrare ciò basta solo pensare al fenomeno dello sfruttamento della prostituzione o all'espianto forzato di alcuni organi (di cui per fortuna(!?) non se ne sente più tanto parlare ultimamente attraverso i media); mi riferisco infine ai popoli del Ruanda, della Bosnia Erzegovina e a tutti quelli che come loro probabilmente non sapevano cosa fossero i diritti umani e probabilmente non conoscevano nè l'Onu nè parte della Comunità internazionale considerato il fallimento di quest'ultime nell' impedire quello che poi si è trasformato in un genocidio costato la vita ad 800.000 persone nel caso del Ruanda e 200.000 nel caso della Bosnia. Tuttavia queste violazioni non si consumano esclusivamente in quella che ho definito scala macroscopica. Intendo dire che a violazioni gravi dei diritti umani assistiamo quotidianamente anche nelle nostre città, nella società con cui quotidianamente ci rapportiamo direttamente: è il caso delle violenze e degli abusi sulle donne e sui bambini; è il caso della povertà - sconosciuta per noi! - di molti nostri concittadini che a causa di mancanza di occupazione o redditi estremamente bassi stentano ad arrivare a fine mese, e spesso si riducono a fare i "clochard". Tutto questo si concretizza dunque anche in scala microscopica e la maggior parte delle volte davanti a noi, senza rendercene conto. Credo perciò che sia anche necessario sfruttare queste giornate per richiamare l'attenzione dei nostri governanti nonchè dell'intera comunità internazionale affinchè mettano in agenda un impegno concreto atto a porre fine a tali violazioni e ad impedire che esse possano ripetersi. E' questa una maniera degna di festeggiare l'anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani. by Dome_International __________________________________________________________________________________________________________ Appuntamenti: MILANO: FIACCOLATA DI AMNESTY INTERNATIONAL PER IL 59°ANNIVERSARIO DELLA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI UMANI In occasione del [...] 59esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Amnesty International celebra questa importante ricorrenza invitando la popolazione a una fiaccolata che percorra le strade di Milano. Attraverso questo originale 'compleanno', Amnesty si e vi propone di contribuire a far brillare un documento irrinunciabile, imponente affermazione dell'inviolabilità dei diritti dell'uomo, troppo spesso ancora disatteso. Il percorso della fiaccolata rappresenta la volontà di far conoscere la Dichiarazione: unendovi a noi, potrete contribuire a portare ovunque la Dichiarazione 'indossandone' gli articoli. All'arrivo, trenta palloncini colorati ci ricorderanno i trenta articoli della Dichiarazione: un auspicio che la Dichiarazione voli, libera, verso ogni parte del mondo. Amnesty sarà presente anche con un banchetto informativo, con petizioni relative alla campagna Cina. Fiaccolata per il 59° anniversario dichiarazione diritti umani 10 dicembre 2007 ore 18:00 (Durata: 2 ore) Milano - Piazza San Babila Per maggiori informazioni: Amnesty International Circoscrizione Lombardia 02 72003901 http://www.amnestylombardia.it __________________________________________________________________________________________________________ Hanno detto: "E 'nostro dovere fare in modo che questi diritti siano realtà viva [...] che essi siano conosciuti, compresi e goduti da tutti, ovunque. Spesso coloro che hanno più bisogno di protezione dei loro diritti umani, hanno anche bisogno di essere informati del fatto che la Dichiarazione esiste [...] e che esiste per loro".
Ban Ki-moon - Segretario Generale Nazioni Unite "E' difficile immaginare oggi il fondamentale cambiamento introdotto dalla Dichiarazione universale dei diritti umani quando è stata adottata sessanta anni fa. In un dopoguerra segnato dall'Olocausto, in un mondo diviso per il colonialismo e turbato dalla disuguaglianza, una carta che definisce il primo globale e solenne impegno per il rispetto della dignità e dell' uguaglianza di tutti gli esseri umani, indipendentemente dal colore, dalla religione o di origine, è stato una grande e audace impresa." Louise Arbour - Alto Commissario Onu per i diritti umani ___________________________________________________________________________________________________________ DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO Preambolo Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo; Considerato che è indispensabile che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione; Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni; Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'eguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà; Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni, L'ASSEMBLEA GENERALE proclama LA PRESENTE DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Articolo 1 Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Articolo 2 1) Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. 2) Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico internazionale del paese o del territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità. Articolo 3 Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona. Articolo 4 Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma. Articolo 5 Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti. Articolo 6 Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica. Articolo 7 Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione. Articolo 8 Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge. Articolo 9 Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato. Articolo 10 Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri nonché della fondatezza di ogni accusa penale gli venga rivolta. Articolo 11 1) Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa. 2) Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà deI pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso. Articolo 12 Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni. Articolo 13 1) Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. 2) Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese. Articolo 14 1 ) Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. 2) Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite. Articolo 15 1) Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. 2) Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza. Articolo 16 1) Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento. 2) Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi. 3) La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato. Articolo 17 1) Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri. 2) Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà. Articolo 18 Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti. Articolo 19 Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere. Articolo 20 Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica. 2) Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione. Articolo 21 1) Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. 2) Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese. 3) La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve sere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione. Articolo 22 Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità. Articolo 23 1) Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 2) Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro. 3) Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. 4) Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi. Articolo 24 Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite. Articolo 25 1) Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. 2) La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale. Articolo 26 1 ) Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito. 2) L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. 3) I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli. Articolo 27 1) Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici. 2) Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore. Articolo 28 Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati. Articolo 29 1 ) Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. 2) Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica. 3) Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite. Articolo 30 Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libertà in essa enunciati. 12月4日
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Diciamo BASTA a coloro che speculano sulla morte e le disgrazie altrui!!!
Il popolare conduttore dello "Zoo" di Radio 105 Marco Mazzoli (nella foto) ha organizzato una petizione contro la messa in commercio della linea di abbigliamento "RomJeans" di Marco Ahmetovic e pubblicizzata dal suo agente Alessio Sundas. Se anke tu sei d'accordo che speculazioni commerciali su tragici fatti (si parla della morte di 4 ragazzi!!) sono da proibire moralmente e giuridicamente, aderisci alla petizione ed apponi la tua firma cliccando sul link sottostante. Servono almeno 50.000 firme per fermare tutti coloro che speculano sulle disgrazie altrui; lo stesso Marco Mazzoli e gli altri dello Zoo provvederanno alla consegna delle firme in parlamento.
- --------------------> Marco Mazzoli Blog <------------------------- |
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